Foto di scena ©Claudia Pajewski

My Personal Tarànto – Isabella Mongelli

«V’navit scè da quà»: andate via, anzi, dovete andar via di qui. Quando a Taranto questa espressione vernacolare risuona dalla bocca di qualcuno, forse per l’acidità del dialetto, più che un consiglio, si tratta di una minaccia.

E di minacce, Isabella Mongelli deve averne respirate parecchie: fin dal principio della sua Personal Tarànto, sarà per l’allestimento “concettuale”, sarà per quel viso spigoloso, si avverte che una coltre di fumo densa avvolgerà tutto, anche gli spettatori.

Sulla scena, o meglio, nella rimessa delle Carrozzerie n.o.t, prende forma uno spettacolo disumano, anzi “dis-urbano”: un ragazzo (Valentino Ligorio) e una ragazza (Isabella Mongelli) danno vita a una serie di “quadri” in cui Taranto e l’Ilva non vengono mai nominate e forse anche per questo sono fin da subito riconoscibili. L’attenzione mediatica riservata alla “città dei tumori” basta per riconoscere i simboli del quartiere color ghisa – i “Tamburi” – , sineddoche dell’intera città, mortificata da gestioni cannibali di pescecani, che mordono e fuggono, lasciando voragini in cui si perde ogni idea di futuro. Nella visione post-apocalittica e tremendamente attuale dell’autrice-attrice, anche la Madonna dei riti della Settimana Santa è così “addolorata” che non tornerà più: si esprime in inglese, come fosse una una turista per caso, e ammonisce “don’t say che palle”, rivolgendosi ai giovani tarantini che sopravvivono alla “notte dei misteri” annengando in fiumi di birra “Raffo” quella fame che è chimica come l’aria che respirano.

Nei diversi “corti” allestiti in scena, nelle varie esistenze spezzate che prendono vita comparendo da dietro un pannello nero come la cronaca locale, ce n’è uno che inquieta più degli altri. Da una vecchia radio anni ’80 (gli anni in cui a Taranto ancora qualcosa aveva senso), dopo il racconto di un suicidio, dopo l’intercettazione di Nichi Vendola, che se la ride su come il Pr della famiglia Riva si sia svincolato da un cronista che chiedeva spiegazioni sulle “morti-nere” , rimbomba feroce la voce di un sindaco fantasma che vomita una profezia: Taranto diventerà una Pompei pugliese in cui i turisti, mangiando “patatiìn”, potranno visitare il non luogo della desertificazione umana.

Forse l’idea che il futuro a Taranto sia tronco come i lemmi dialettali è insopportabile a chi ancora spera che in quel golfo tornino i sogni a cavalcioni sui delfini; forse l’idea che una “fumata bianca” possa assomigliare a quella di un nuovo Papa eletto è fantascienza dello spirito: il finale, quel gesto d’amore con cui la giovane strappa il nastro posto come divieto d’accesso sulla città, è solo un’illusione di rinascita; ci si ritrova immobili al cospetto di un modellino di cartone: l’Ospedale Nord, la casa dei tumori Tarantini.

Non andiamo via, torniamoci a Taranto, passeggiamo su quel lungomare dove due marinai di bronzo accolgono la vita: “Eppure il vento soffia ancora/ spruzza l’acqua alle navi sulla prora/ e sussurra canzoni tra le foglie/ bacia i fiori, li bacia e non li coglie”.

Carrozzerie n.o.t, Roma – 28 novembre 2014