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Transfience – Junkfood Quartet

I Junkfood Quartet sono come quei contenitori per il cibo che ci preparavano la mamma e la nonna per il pranzo a scuola: belli esteticamente e pieni di cose buone, nutrienti e con la presenza di qualche sfizio. E così il gruppo proveniente dall’Emilia Romagna confeziona perfettamente (con una certa abilità tecnica) il sound partendo da una base jazz e lambendo una serie di altri generi tra cui soprattutto il post-rock e la psichedelica. Ecco perché mi son detto che se il disco non fosse stato strumentale né un James Chance, né un Corrado Nuccini e persino il Ray Charles di Genius+Soul=Jazz si sarebbero rifiutati di cantare sulle note di questo album.

La tromba è la protagonista assoluta: detta i tempi, combatte e si fonde alla perfezione con gli altri strumenti, si ritira al momento giusto e sa unire i momenti psichedelici del Clifford Brown di Night in Tunisia, e i passaggi “divertenti” che ricordano Roy Eldrige sino ai momenti più intensi e solenni che rimandano a Jimmy Dorsey e Benny Goodman. Ma come detto ci sono anche gli altri strumenti che riescono a creare atmosfere sospese fra il post-rock più pischedelico nello stile dei Giardini di Mirò e quello più etereo che ricorda vagamente lo stile degli Sigur Ros. Alcuni pezzi sarebbero anche delle perfette colonne sonore: ad esempio la prima e l’ultima traccia ci starebbero benissimo nel film di Ingmar Bergman, Come in uno specchio per raccontare le mutazioni dei personaggi; cosi vi sono pezzi leggermente più oscuri che si integrerebbero benissimo con l’indagine di Quarto Potere o anche con i film horror del primo Pupi Avati (come ad esempio l’inquietante La casa delle finestre che ridono).

Transience è il titolo dell’album che sta per precarietà, nel senso (come spiegano loro) di fugacità del loro suono che è in continua evoluzione e attraversa vari momenti, dai più rilassati e intimisti a quelli più inquieti e rumorosi. Ma volendo parafrasare potremmo allargare il concetto di precarietà, che cercano di comunicare i junkfood, alla società moderna a partire dal mondo del lavoro per poi collimare col la nostra cultura (che attraversa un senso di sbandamento) e i valori che ci rappresentano.

Ma passiamo ai pezzi: Exodus apre i giochi in maniera solenne, con la tromba in crescendo nella prima parte (atmosfere alla mad men) e gli altri strumenti nella seconda (atmosfere quasi desertiche invece) a prendere il sopravvento, portandoci ad un finale incandescente. È un pezzo che fa già storia (tra i migliori dell’album), nel senso che rappresenta al meglio l’arte e tutte le sfumature dei Junkfood. Aging Hippie Liberal Douche inizia con un riff che sembra preso in prestito da I Feel You dei Depeche Mode, ma subito sale in cattedra la tromba in pieno stile Charlie Parker/Dizzy Gillespie: il pezzo si “distende” (con un bel divertissement di free-avant jazz all’interno del pezzo) ma per poco, per poi riprendere il tema iniziale accentuando lo stile noir.

Small Time Murder (cosi come Ambiguos Dancers, che ha tendenze ambient) da l’idea della collocazione cinematografica della musica del gruppo: musicalmente la tromba si fa più acida, drogata e nella prima parte consiste in un suo monologo e la seconda parte più pischedelica e minacciosa che riporta parzialmente alla filmografia citata sopra. Wrap you in plastic è il pezzo meno jazz dell’intero lotto, con un inizio quasi indie-rock, e che tra accelerazione rallentamenti si dimena fra dolcezza e malinconia (finale davvero emozionante).

Il disco prosegue senza intoppi e dopo la lisergica Mrs Smoke Too Much e Rehabilitation Program, che ripercorre lo stile fusion di Hot rats di Zappa, si arriva a un altro dei pezzi migliori dell’album, Hikikomori: sembra sentire Freddie Hubbard, I Mono (e gruppi di quel filone) e Brian Eno (di cui si sente qualcosa nel finale) che si siano incontrati per comporre questa meraviglia. E se non vi basta, le rimembranze prog si amplificano in Head Towards Enemy e nella stupenda finale I’m God’s Lonely Man, di un’intensità unica.

Brividi. La trovarobato mette a segno un altro bel colpo: un album imprevedibile, mai banale e coraggioso e che live, a mio parere, renderà più di quanto faccia su disco.

Grazie


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