Jackson pollock Number 31 1950 ©MoMA

La confusione del vuoto

Sonòriter, Armònikem, Melòdikes, Rìtmiken, Formàtikon di Francesco Leineri

Suono, armonia, melodia, ritmo e forma, in una sola parola: Musica.

Tutti i giorni si utilizzano espressioni come “musica per le mie orecchie”, “vivere in armonia”, “melodia celestiale”: sono tutti modi di dire, parti di un linguaggio convenzionale che, seppure talvolta povero o superficiale, è utile a compiere un atto irrinunciabile e sempre rivoluzionario: comunicare.

Ecco, con Sonòriter | Armònikem | Melòdikes | Rìtmiken | Formàtikon Francesco Leineri non intende comunicare. Il suo “concertinspettacolo” dichiara fin dai volantini appoggiati sulle sedie dello Studio Uno che affannarsi alla ricerca di senso sarebbe tempo sprecato, citiamo « non pretende di comunicare qualche assurda verità o svelare chissà quale segreto […], ma anzi riflettere sul vuoto».

E allora, viene da chiedersi, come recepire i monologhi scomposti e per buona parte indecifrabili dei tre personaggi (più uno, Leineri stesso) schizzati in scena da Leineri? Come congiungerli alla produzione intermittente di melodia e rumori, suoni  e fastidio,  tintinnii e tonfi missati da questo compositore che fugge dal concetto stesso di composizione?

Forse le smorfie del re con la corona di cartone, gli occhiali con pupille estensibili del professore matto e le smorfie del muto e rassegnato rappresentano – al contrario – uno sforzo disperato di comunicazione, una ricerca di un linguaggio che sia libero come quello del suono primordiale. Forse quella scena che pare essere la camera dei giochi di un genio della musica in fasce (o di un potenziale serial killer) rappresenta davvero l’ossimoro della confusione del vuoto, quella che – prima o poi – capita di avvertire durante le turbolenze dell’esistenza. Ma se così fosse, avremmo individuato un senso e avremmo quindi doppiamente frainteso l’intenzione dell’autore, poiché il senso è qualcosa che si può (e talvolta si deve) anche trasmettere, condividere, comunicare.

Foto di scena ©Elena Muneghina

Quindi obbediamo, non possiamo fare altro, limitiamoci a riflettere sul  vuoto. Effettivamente, il vuoto cui ci costringe lo spettacolo è addirittura “pentagonale”: suono, armonia, melodia, ritmo e forma vengono accennati e poi decomposti, interrotti dalle sortite della parola, anch’essa sezionata e poi confusa, depotenziata. Queste scosse continue di non-senso finiscono, però, per otturare anche l’ultima via di fuga: non c’è modo di riflettere neanche sul vuoto, giacché questo e stracolmo di detriti, schegge di inquietudine, insofferenza, impotenza.

E allora probabilmente è una questione proprio di linguaggio, anzi, di linguaggi: performance teatrale e musica, drammaturgia e partitura possono fondersi, sostenersi o funzionare per contrapposizione, ma restano comunque strumenti diversi, convenzioni di comunicazione universale che se distorte annullano la loro stessa utilità.

Rumore, disarmonia, aritmia e deformità, in una sola parola: Confusione.

Letture consigliate:
• Tra De Chirico e Casorati Ottaviucci sperimenta la connessione della diversità, di Giulio Sonno
• Anatra al Sal – Lucia Ronchetti | Ermanno Cavazzoni, di Adriano Sgobba
• La responsabilità della conoscenza, ovvero Ottaviucci demiurgo delle sonate di Cage, di Giulio Sonno
• Feedback e Risonanze – Michelangelo Lupone | Alessandra Cristiani | Ars Ludi, di Giulio Sonno

Ascolto consigliato

Teatro Studio Uno, Roma – 2 aprile 2016