Foto di scena ©Virginia & Daniele Antonelli

Macadamia Nut Brittle – ricci/forte

Sicuri di sapere cos’è l’amore? ricci/forte hanno qualche dubbio in proposito – e fanno bene. Già, perché il loro Macadamia Nut Brittle parla proprio d’amore; ma ritorniamo alla domanda di poco fa. Se credete di conoscere la risposta date un’occhiata alla definizione della Treccani, o meglio, alle definizioni: tra varianti, sfumature e sensi figurati, quelle cinque lettere sono un anagramma in continua contraddizione. Non sorprende, infatti, che un tale come Laborit, dopo cinquant’anni di ricerca fra biologia e linguistica, interrogato sull’argomento rispose: “L’amore? Una parola, soltanto una parola“.

Se tutto questo vi sembra poco romantico, aspettate allora che all’India calino le luci. Macadamia, Nut e Brittle (rispettivamente Piersten Leirom, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero) sono tre ragazzi dei nostri giorni, soli, probabilmente marchette, ad ogni modo ansiosi di emozioni forti e intense come quelle dei film che vedono seduti alla tv divorando gelato (lo stesso da cui derivano i loro soprannomi), secondo il tipico stereotipo da sitcom. A loro si accompagna la presenza di una ragazza altrettanto sconsolata (l’inesauribile Anna Gualdo), tvdipendente cronica, depressa, vestita da Wonder Woman. Tutto parrebbe suggerire che siano coinquilini, ma i quattro non si incrociano mai, se non quando chiudono gli occhi: ognuno chiuso in sé stesso.

Foto di scena ©Mauro Santucci

A unire i quattro ragazzi, piuttosto, è la completa assenza di sentimenti veri, tutto è filtrato da icone e idoli pop (attori, cantanti, presentatori, marche, catene, slogan), citati, riprodotti ed “esplosi” sulla scena in un’esilarante e inquietante successione di quadri. Esagerato? No, la nostra realtà semmai lo è, nella sua incessante induzione alla felicità che genera mostri e fomenta, per contrappasso, l’alienazione.

Foto di scena ©Virginia & Daniele Antonelli

Ma perché questo accade? Nel ’61 l’antropologo francese René Girard scrisse che una relazione amorosa è come un triangolo: alla base ci sono gli amanti e tra di essi, a dividerli, l’idea di ciò che l’altro/a dovrebbe essere. Nel Medioevo il modello desiderato potevano essere Tristano e Isotta, nel Seicento Romeo e Giulietta, nel primo Novecento gli amori di Hollywood; ai tempi di ricci/forte l’inventario di riferimento è il consumismo massmediatico. Così tra accoppiamenti meccanici da webporn, iperboli emotive da talkshow o scene cruente da film pulp, l’individuo moderno ci appare come un disneyano Tippete scuoiato vivo, straniante mix di shock-ecologismo, deposizione cristiana e lobotomia consumista, ben chiosato dalla battuta di Brittle “fa più male prendere un cazzotto o uscire da x factor?”.

Foto di scena ©Piero Tauro

Pur patendo il consueto – compiaciuto – eccesso di espedienti (che si fanno progressivamente didascalici), Macadamia Nut Brittle rappresenta un brillante esempio di teatro contemporaneo, ancora attualissimo (lo spettacolo è del 2009 ma le battute sono sempre aggiornate), internazionale, e soprattutto (quando sfugge alla tentazione retorico-moralistica della seconda parte) felicemente ironico e autoironico, in grado non solo di restituirci un riflesso realisticamente grottesco delle nostre tare pop, ma altresì di spingerci a intuire che alla base di quella felicità digitale rovinosamente emulata e frustrantemente irragiungibile si nasconde innanzitutto la nostra insicurezza.

Foto di scena ©Gaetano Giordano

Come affermava Laborit, insomma, forse amore è solo una parola confortante che riempiamo di tutto ciò che vorremmo ma non abbiamo, un’esca che ci spinge ad accumulare desiderî su desiderî per concederci un margine sul reale, coltivando così l’amara illusione che reimmaginando la realtà possiamo controllarla, quando invece dovremmo solo esporci a essa per quella che è—per ciò che siamo.

Teatro India, Roma – maggio 2015

In apertura: Foto di scena ©Virginia & Daniele Antonelli