Foto di scena ©Achille Le Pera

Quando l’eredità pasoliniana si fa esercizio di stile

Il Calderon di Lombardi/Tiezzi

Ha ancora senso oggi parlare di borghesia? O del sogno di liberazione della classe operaia? Ce lo domandiamo a seguito della visione del Calderón di Pasolini. Dopo la versione firmata da Francesco Saponaro di qualche mese fa, torniamo a confrontarci con la famosa opera ispirata a La vita es sueño di Calderón de la Barca, che questa volta sale sul palcoscenico del Teatro Argentina grazie alla regia di Federico Tiezzi (produzione del Teatro di Roma e della Fondazione Teatro della Toscana).

Viaggiando in una dimensione onirica priva di appigli, ritroviamo dunque la protagonista Rosaura (questa volta incarnata nelle tre persone di Camilla Semino Favro, Lucrezia Guidone e Debora Zuin). La ritroviamo ancora lì, nel limbo dell’innocenza, mentre combatte con le sole armi del sonno e del sogno contro l’incarnazione del Potere borghese (interpretato da Sandro Lombardi) e dei suoi complici, declinati in quegli ipocriti valori della famiglia e del conforto cattolico.

Foto di scena ©Achille Le Pera

L’anima innocente e i suoi aguzzini si muovono in uno spazio metafisico, uno stanzone ampio quanto vuoto, perimetrato da pareti in mattoncino e riempito dalla sola costante presenza del letto e di un piccolo specchio. E se nella successione dei sogni a occhi aperti la scena resta invariata, caricando su di sé, di volta in volta, nuova potenziale valenza – da sala di un palazzo aristocratico a baracca, da stanza di una casa medio-borghese a camerata di un lager -, sono i costumi, di gusto clownerie, a conferire quell’impronta noir ma al contempo grottesca all’agire dei personaggi. Non senza una punta di derisione, Tiezzi sublima l’immagine del loro potere nella trasposizione vivente del quadro de Las Meninas del pittore Diego Velàsquez, usata nel testo da Pasolini quale espressione massima della rappresentazione del comando.

Foto di scena ©Achille Le Pera

Monumentale quale si presenta, l’operazione intellettuale di Tiezzi si connota come un esercizio di stile, ostico non nella comprensione quanto nella visione e nella sua durata, nel ritmo di un’interpretazione, a tratti volutamente straniante che, rasentando in alcuni momenti il canto, non manca d’essere pletorica in determinati punti e d’affaticare ancor di più l’andamento drammatico. Come già evidente nella messa in scena di Saponaro – pur se con diverso carattere – si denota uno sbilanciamento: il testo dice più di quanto la sua realizzazione scenica suggerisca, nonostante la molteplicità dei suoi stimoli visivi e deduttivi. La mancanza del cortocircuito tra i due poli appiattisce in ultimo l’opera, riducendola al ritratto onirico di una borghesia estinta, allontanando di fatto il dramma ancor di più dalla nostra realtà.

Foto di scena ©Achille Le Pera

Il dubbio allora assale e il cerchio si chiude nell’interrogativo iniziale: Pasolini parlava della borghesia come di una forma di omologazione al nuovo fascismo ma ha ancora un senso oggi, al di là del recupero di una memoria storica, la denuncia contro quella classe borghese, in cui la società contemporanea ha smesso di riconoscersi e di cui siamo il frutto più maturo? Oggi, quando la profezia pasoliniana sull’allineamento acritico di ogni forma del pensiero è ormai avverata?

Si rimarrà delusi nel non ritrovare una risposta univoca ma forse, affinché un senso infine lo si trovi, sarebbe necessario abbandonare ogni ridondante estetismo, superare la forma per concentrarsi sull’ hic et nunc, sull’attuale società, riflettendo sì, con maggiore consapevolezza, su come siamo divenuti ciò che siamo ma soprattutto su cosa Calderón abbia da dirci adesso, su quali siano i nostri nuovi utopici sogni di libertà.

Letture consigliate:
• Saponaro e il ‘Calderón’ di Pasolini: un’eredità difficile da tradire, di Laura Marano

Ascolto consigliato

Teatro Argentina, Roma – 21 aprile 2016