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Laico e magico, il rito del teatro

Con Luṣ le Albe ritornano all'essenza

Al contrario di ciò che generalmente si pensa, il rito non è – citiamo dalla Treccani – «Il complesso di norme […] che regola lo svolgimento di un’azione sacrale, le cerimonie di un culto religioso»: questo è solo il significato sedimentato. Originariamente, invece, quel “ri” di ri-to in sanscrito stava innanzitutto per “andare, scorrere”; il rito infatti è la totalità di ciò che accade, senza nulla escludere: totalità ascoltata, accettata e assimilata. Per questo i riti religiosi si compongono di prescrizioni tanto rigide: affinché tutto venga accolto creando una dimensione da cui nulla sfugge.

Ebbene, Ermanna Montanari con Luṣ dà vita a un rito. Apparentemente si tratta di una mise en espace: al centro è la storica attrice delle Albe, ai suoi lati il contrabbasso di Daniele Roccato e la postazione live eletronics di Luigi Ceccarelli, in alto uno schermo su cui campeggeranno le animazioni di Margherita Manzelli, ai suoi piedi la cassa di un pianoforte chiuso, attorno la cornice del giardino di Palazzo Venezia e, infine e in principio, il poema di Nevio Spadoni che – in lingua romagnola – dà voce a “la Bêlda”, la strega di paese, spregiata di giorno e implorata di notte.

Luṣ è un rito perché la voce, la luce, la presenza, l’assenza, la parola, il rumore, la musica, il silenzio e tutto il resto si integrano fondendosi completamente; ma ciò forse non spiega abbastanza, perché in fondo questo – per quanto non sempre accada – dovrebbe essere il principio e il fine di ogni azione teatrale. No, qui il concetto di rito si estende oltre i limiti della “convenzione”, e senza che ciò, di per sé, implichi un pregio, un “qualcosa di più”. Anzi, è il contrario.
Cerchiamo di essere concreti.

Il rito è quella situazione per cui niente è più importante del resto: ogni singolo elemento è fondamentale e non predominante, come molecole di ossigeno nell’aria. Quando Ermanna Montanari prende voce, le sue prime parole sono:

«Ch’a m’so ardota a crédar / d’nö ësi gnânca tota
Che mi sono ridotta a credere / di non essere neanche tutta»

Si parte da uno strappo, dal dubbio, dall’umanità accettata.

Chi è “la Bêlda”? Traduciamo fuor di favola: Bêlda è senza padre, quindi senza patronimico, ovvero senza un’origine socialmente accettata. Sua madre, “la pôra Armida” (stesso nome della maga musulmana della Gerusalemme Liberata), morta quando lei aveva tre anni, è stata dissotterrata dal camposanto (espulsa dalle anime salve), perché il prete sotto cui prestava servizio «la j à fata pasê par ‘na putâna». Insomma, Bêlda è una strega perché è donna senza legami  quindi pericolosa; però è anche colei che nonostante l’emarginazione e la discriminazione della comunità, quando cala la notte (le apparenze, le convenzioni, il gioco di società) carica su di sé tutti i mali degli uomini (li comprende nonostante la loro crudeltà, la loro miseria morale) e tenta di curarli con le sue erbe (con l’essenza della natura – umana).

Ma Bêlda non gioca a far dio, Bêlda viene dalla terra e invoca i Santi, la sua lingua è solcata dai sapori del dialetto (quello raro di Campiano), il suo nome (Ubalda) è unione del germanico hug “spirito, cuore, mente” e bald “coraggioso”, cioè una creatura sensibile, ardita e pronta di spirito, insomma una figura cristologica a tutti gli effetti: per quanto “la Bêlda” sia realmente esistita, nella penna di Spadoni diventa il tramite tra una vita grama che non lascia spazio al cambiamento e la dimensione insondabile della magia (ovvero della possibilità improbabile).

Bêlda compie il rito. Bêlda è il rito.

Come Cristo-uomo però, cioè come colei che respira le emozioni di tutti gli uomini ma sa solo risolverle e non creare un ordine (il miracolo – come la magia, o l’irruzione massiccia della tecnologia – crea solo disordine; per questo nel cristianesimo esiste lo Spirito Santo, ovvero l’esempio che si espande oltre il modello), come Cristo-uomo dicevamo dubita:

«Sgnór, t’an s’vu piò? / Luṣ, luṣ / a voi la luṣ
Signore non ci vuoi più? / Luce, luce / voglio la luce»

E nella concatenazione perfetta delle note di contrabbasso, scomposte, amplificate e ricomposte, si insinua  mai protagonsita assoluta  la voce di Montanari, che, legata a una fune e falcetto alla mano, diventa moira e al contempo strumento (il piano ai suoi piedi:cassa di risonanza) della vita, come le nervature di sangue e l’occhio vigile delle opere animate sopra di sé.

Marco Martinelli (storico regista e fondatore della Albe) ricompone dunque uno spettacolo di oltre venti anni fa (parliamo del 1995) e lo trasforma in un rito totale. Tanto che nei momenti di silenzio perfino il frusciare delle palme di Palazzo Venezia sembra un elemento scenico. E il pubblico è completamente rapito.

Luṣ è la testimonianza che il teatro può ancora essere un rito collettivo.
Laico. Universale. Magico.

Letture consigliate:
• La Camera da Ricevere – Ermanna Montanari | Teatro delle Albe, di Giulio Sonno
• Toccare l’ignoto: il Tifone di Chiara Guidi e Fabrizio Ottaviucci, di Giulio Sonno
• Un soffio di eternità nelle ‘Giovani Parole’ di Mariangela Gualtieri, di Giulio Sonno

Foto:
©Luca Del Pia, per gentile concessione

Crediti:

Un concerto-spettacolo di Ermanna Montanari, Luigi Ceccarelli, Daniele Roccato

testo Nevio Spadoni
musica Luigi Ceccarelli, Daniele Roccato
voce Ermanna Montanari
live electronics Luigi Ceccarelli
contrabbasso Daniele Roccato
regia Marco Martinelli

spazio scenico e costumi Margherita Manzelli, Ermanna Montanari
disegno abito di Bêlda Margherita Manzelli
animazione dello sfondo con opere originali di Margherita Manzelli
a cura di Margherita Manzelli, Alessandro e Francesco Tedde

regia del suono Marco Olivieri
disegno luci Francesco Catacchio
direzione tecnica Fagio
elaborazione e tecnica video Alessandro e Francesco Tedde – Antropotopia
elementi di scena realizzati dalla squadra tecnica del Teatro delle Albe
Alessandro Bonoli, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Dennis Masotti, Francesca Pambianco
sartoria Laura Graziani Alta Moda

ufficio stampa Silvia Pacciarini, Rosalba Ruggeri
promozione e organizzazione Silvia Cassanelli, Silvia Pagliano
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

Il Giardino Ritrovato || Short Theatre 11