Io, mia moglie e il miracolo Punta Corsara

Io, mia moglie e il miracolo: storie di ordinaria mostruosità

La famiglia secondo Punta Corsara

«La gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto col quale definire la propria identità. Altrimenti siamo soltanto noi contro noi stessi.»
Chuck Palahniuk Cavie

Siamo tutti, ormai, mostri di normalità: mostri di conformismo addomesticato, assuefatti all’orrore mediatico, abituati all’errore politico a tal punto da stupirci più per un gattino affacciato da un post che per le ondate di rifugiati che si infrangono sui “muri” della nostra ottusa cecità.

Ma guardiamoci: tutti critici senza faccia, ossessivi compulsivi, carenti di vere idee da condividere, indottrinati dai pupari della comunicazione 2.0. Un mondo di freak. Proprio come quello che Gianni Vastarella tratteggia in Io, mia moglie e il miracolo, spettacolo vincitore del festival I Teatri del Sacro 2015.

La scena dell’India è vuota, un vuoto inquietante che si accende di luci essenziali e fendenti (disegno a cura di Giuseppe Di Lorenzo) e si scuote con l’ingresso di due figure: un uomo e una donna “normali”, rassicuranti, per lo meno finché non comincia una danza macabra, un ballare abbracciati eppure senza contatto, che culmina in un presagio di morte.

Fotogramma da video ufficiale ©Punta Corsara_369 gradi

L’uomo si dice infelice (Vastarella), la donna sembra vivere in uno stato di apatia cronica (Valeria Pollice). Lui trema di paure e insicurezze, che diventano frustrazioni da riversare su di lei, vittima sacrificale e sacrificabile, sottomessa al giogo della coercizione psicologica. I due hanno anche una figlia (perennemente assente) sempre occupata da un imprecisato “orario scolastico prolungato”. Già questo microcosmo familiare – solo in apparenza surreale – basterebbe a issare uno specchio e piantarlo rivolto in platea.

Foto di scena ©Marina Dammacco

Questa famigliola non può che vivere in un paesino altrettanto (sempre e solo in apparenza) surreale: un non-luogo abitato da uno “scemo del villaggio” ricco e con una stecca da leccalecca da cui non può separarsi (Vincenzo Nemolato), uno sceriffo tanto pieno di sé quanto vuoto di principi (Emanuele Valenti), e una prostituta trasandata in cerca di sistemazione (Morena Rastelli).

Un giorno, mentre marito e moglie si recano in lavanderia a fare il bucato (pur avendo una lavatrice in casa) incrociano uno sconosciuto in difficoltà (Christian Giroso) e – solo grazie alla buona volontà di lei – lo portano a casa.

L’intreccio si sviluppa serrato, il testo di Vastarella è brillante, ritmato da connotati paradigmatici che caratterizzano ogni personaggio come se le parole pronunciate fossero tratti somatici: il marito quando viene incalzato con un “lo dicono anche i giornali” si convince solo dopo che qualcuno abbia attestato che trattasi di “fonti sicure”; la madre parla dilatando le parole allo sfinimento e di notte chiama un numero trovato nei bagni pubblici per piangere il suo dolore materno, ignorando che a rispondere è la prostituta ; lo sceriffo  – sempre alle prese con mal di testa e disturbi sessuali fetish –  non riesce ad aprire mai un’indagine perché “non ci sono i presupposti”; l’uomo-stecca imperversa con il suo racconto sulla morte di un gattino “con la faccia di merda”; lo sconosciuto – come fosse il John Coffey de Il Miglio Verde – sembra in grado di aggiustare oggetti e riportare in vita le persone, ma è destinato a non essere mai creduto, perché straniero in terra straniera.

Foto di scena ©Marina Dammacco

Il lavoro di Punta Corsara (produzione 369 gradi) funziona così bene che quasi non ci accorgiamo che in questo “oltremondo” c’è la morte che incombe. Ma non è la morte presunta della figlia che non torna da scuola, né quella del senso in cui sembrano muoversi i personaggi: a morire, mentre in scena si consuma il miracolo della rappresentazione della realtà, siamo proprio noi, quelli con la vera paura del diverso, con l’ossessione della colpa, quelli che – assiepati in platea – si ritrovano costretti a guardare in faccia la propria mostruosa normalità.

Letture consigliate:
• Primo Studio: Io, mia moglie e il miracolo – Gianni Vastarella | Punta Corsara, di Giulio Sonno
• Hamlet Travestie – Emanuele Valenti | Punta Corsara, di Giulio Sonno
• Il Convegno – Emanuele Valenti | Punta Corsara, di Francesca Saturnino

Ascolto consigliato

Teatro India, Roma – 16 aprile 2016