Foto di scena ©Filippo Manzini

Il sogno di un uomo ridicolo – Gabriele Lavia

Vedere il sogno semplicemente come momento possibile e accidentale del sonno è limitante e fuorviante, soprattutto se costituisce il fulcro di un grande racconto, magari di Dostoevskij. Nel suo Sogno di un uomo ridicolo (1876) l’attività onirica diventa contemplazione della perfezione, inatteso riflesso ideale della vita, suggerimento per una via d’uscita dal dolore della realtà.

Un uomo (Gabriele Lavia), ormai disperatamente indifferente a tutto ciò che lo circonda, decide di uccidersi con una pistola, finendo, invece, per addormentarsi di fronte all’arma carica posata sulla sua scrivania. Egli sogna così di arrivare su un altro pianeta, dove vivono creature uguali agli uomini, ma che, a differenza di questi, sono felici, innocenti e pure. Un’esperienza che si rivelerà tanto estatica quanto sconvolgente.

Foto di scena ©Filippo Manzini

Lavia dimostra di trovarsi furiosamente a suo agio nei panni di questo personaggio, un disperato sulla soglia dei cinquant’anni, con una camicia di forza e un trucco pallido che lo fa sembrare un fantasma senza più speranza, considerato ridicolo dagli altri per la sua volontà di diffondere la Verità che lui ha assimilato e «provato sulla pelle» dopo aver «visitato» quell’incredibile dimensione: tutti gli esseri umani avrebbero la possibilità di essere felici, se soltanto smettessero di affidarsi senza sosta al difetto, all’errore, al Male, alla scienza, all’individualismo.

Foto di scena ©Filippo Manzini

Non c’è aspetto dello spettacolo che non riecheggi la situazione estrema del protagonista: la scenografia quasi alla deriva, come una gigantesca stanza glacialmente colta da una devastazione, con un pavimento cosparso di terra e polvere, una severa scrivania e una sedia in un angolo; la sagoma di una bambina immobile (simbolo di purezza che stride con la società) e un uomo in nero che si aggira sul palco, elegante spauracchio di Morte, incarnazione della parte più tetra del protagonista e del suo eterno brancolare nel vicolo cieco della società.

Foto di scena ©Filippo Manzini

Non ha davvero scampo l’umanità, eccessivamente presa da se stessa e troppo affezionata alle sue trappole per potersi fare del bene. La sua realtà malata sa persino come svilire una possibile utopia, dotandola, anche senza volerlo, di tutto il Male possibile: nel sogno, l’arrivo dell’uomo ridicolo contamina involontariamente poco a poco gli abitanti del pianeta miracoloso, trasformandoli in orgogliosi schiavi di tutti i limiti e vizi della società, tanto da far loro dimenticare la distesa di beatitudine in cui erano soliti vivere.

L’approdo finale dello spettacolo, perciò, non può che essere un buio che si ripropone senza sosta, l’immancabile vittoria della Caduta su tutto il potenziale costruttivo di cui l’uomo disporrebbe, se solo davvero lo volesse.

Foto di scena ©Filippo Manzini

Ciò che rimane al termine è l’impressionante urlo torrenziale di parole dell’uomo ridicolo, la presenza lancinante di Lavia, che dalla distruzione e tormento del personaggio ricava una fonte di inesauribile forza espressiva.

Teatro della Pergola, Firenze – 6 maggio 2015