Icaro Reloaded – Motus danza

Icaro (Reloaded) – Motus Danza

Da un teatro d’innovazione ci si può aspettare molto: sorprese, sperimentazioni, anche provocazioni, ma non di trovare la realtà, nuda e cruda. Di solito è traslata, capovolta, riflessa, mai pura e semplice – mostrarla per quella che è contraddirebbe innanzitutto uno dei pilastri su cui si regge il teatro: la sospensione dell’incredulità.
La normalità sul palco fa quasi paura quanto la catastrofe nel quotidiano, perché nessuno insegna mai come si dovrebbe reagire.

Ieri sera il Vascello ha aperto le porte a un’ospite particolare, Antonietta Mollica. Una ragazza che a 34 anni aveva tutto ciò che desiderava dalla vita, bellezza, denaro, successo; poi un giorno, all’improvviso, la buona sorte le volta le spalle: un ictus le paralizza completamente il lato sinistro del corpo. Antonietta, però, non si perde d’animo e comincia la sua peregrinazione per il mondo da una clinica all’altra, determinata a riconquistare la metà che le è stata strappata. Dopo un lungo ed estenuante processo di riabilitazione, recupera infine l’equilibrio e comincia a lavorare a Icaro (Reloaded) uno spettacolo che non intende soltanto supportare la prevenzione e la lotta all’Ictus Cerebrale (in Italia si contano ogni anno duecento mila nuovi casi) ma sensibilizzare l’opinione pubblica. Già, perché se la malattia debilita, l’indifferenza sociale uccide.

Sul palco, la scena è segnata da quattro grandi quadrati. Ognuno di essi rappresenta una tappa del percorso di rinascita di Antonietta, ma al tempo stesso una casella riempita, un faticosissimo passo in avanti, una piccola grande conquista. Ed è proprio da quei piatti e schiaccianti quadrati che lo spirito combattivo della ragazza comincia a spiccare il volo, supportato dallo slancio vitalistico dei danzatori della compagnia senese Motus (da non confondere con gli omonimi riminesi – coreografia di Simona Cieri) che sostengono, innalzano e completano i movimenti della giovane dirigente bancaria.

Chiaramente la componente scenica qui non ha – e non ha senso che abbia – il maggior peso, ma ciononostante l’impostazione scelta dalla regista Rosanna Cieri è particolarmente interessante poiché non un singolo episodio viene drammatizzato: l’intero spettacolo, che in diverse mani avrebbe rischiato di trasformarsi in una narrazione lacrimevole dalla dubbia moralità, si attiene invece a un’estrema aderenza alla realtà. Ad emergere infatti è soprattutto il desiderio di restituire uno sguardo schietto e genuino della malattia, a non farne un mostro speciale che aggiunge distacco al dolore ma ad accoglierla nella normalità, perché solo così facendo si può davvero restituire la dignità e il diritto alla guarigione.

Teatro Vascello, Roma – 27 ottobre 2014