Foto di scena ©Manuela Giusto

Nel labirinto joyciano di una mente spezzata

'I 15000 passi' di Riccardo Festa

A volte la realtà è troppo desolante per essere guardata dritta negli occhi. Forse è troppo dolorosa, o fa paura, o semplicemente non corrisponde alle aspettative. Allora tanto vale distogliere lo sguardo, andare avanti come se niente fosse; costruirne un’altra, di realtà – deformata, fatta dai mille pezzi di uno specchio frantumato. E quando il vuoto diventa insopportabile, si possono sempre contare i passi, uno ad uno. Camminare e contare, non pensare. I 15000 passi sono quelli che Thomas fa da casa sua allo studio del notaio Strazzabosco, ed è proprio questo tragitto nell’arco di una giornata il pretesto da cui parte il romanzo di Vitaliano Trevisan, per raccontare il flusso di pensieri del protagonista. Un viaggio joyciano nel labirinto di una mente ossessiva, adattato e portato in scena da Riccardo Festa.

La scenografia con “mobilia antica e di cattivo gusto” è un gioco di specchi, dove a una piccola cornice con all’interno una statuina dall’estetica baconiana, ne risponde un’altra più ampia in cui si insedierà Daniele Roccato al contrabbasso. Seguirà subito dopo l’entrata di Thomas/Festa ed è subito chiaro che in quel ragazzo elegante e distinto, qualcosa non va: ecco che inizia a raccontare, ora seduto, ora muovendosi nello spazio, una vita costellata da traumi violenti – la morte dei genitori e della sorella, la scomparsa del fratello –, mentre il fluire delle note gravi e corpose del contrabbasso sono la proiezione rivelata di stati d’animo oltremodo inesprimibili.

Lasciato da tempo solo a combattere con i suoi fantasmi, Thomas cammina in lungo e in largo per strade ostili, segna su un taccuino il numero dei passi dei suoi spostamenti. E perché cammina? Per dare ordine al vortice dei suoi pensieri maniaco-ossessivi; per sfogare quella rabbia feroce senza referente preciso (la famiglia, sé stesso, la vita); per sfuggire al presagio di morte che lo perseguita; per vedere con altri occhi la provincia veneta grigia e desolata in cui vive: dove c’è l’asfalto, Thomas vede i boschi; dove c’è lo studio del notaio, Thomas vede l’Amazzonia.

E allora la realtà non si guarda in faccia, si ri-costruisce, come Francis Bacon – il suo pittore preferito – che ricostruiva l’essere umano in figure spettrali e corpi accartocciati, bocche aperte straziate da un grido silenzioso. L’opera di Bacon diventa così per Thomas la metafora della sua realtà deformata, della drammatica consapevolezza che il suo mondo interiore non corrisponde a quello esterno; uno scollamento in grado di far vacillare l’esistenza stessa di una qualsivoglia realtà. E a volte quest’ultima può davvero subire un colpo d’arresto, rovesciarsi da un momento all’altro, rivelare verità sconvolgenti che cambieranno per sempre il corso degli eventi. Di un romanzo. Di uno spettacolo. Di una vita.

Riccardo Festa (Sycamore T Company) riesce ad adattare per il teatro un materiale narrativo non facile; eppure, con grande semplicità – pochi oggetti, pochi movimenti calibrati – restituisce un’interpretazione intensa e di una tensione affilata, percorsa dalla fisicità nervosa e il pensiero tormentato di una mente spezzata che non conosce redenzione, dove anche la risata più docile si trasforma in un ghigno grottesco.

Ascolto consigliato

Teatro Argot Studio, Roma – 4 novembre 2015