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Alienazione e autoreferenzialità

I due volti dell'Hikikomori di Ippaso e Andreoli

Ansia, depressione, aggressività, apatia. Questi sono alcuni sintomi della cyberdipendenza. Correva l’anno 1995, il tempo dei social network era ancora lontano e per la prima volta, grazie allo psichiatra Ivan Goldberg, l’espressione Internet Addicition Disorder veniva coniata e definita come una patologia comportamentale. È il Giappone a detenere il primato di dipendenti da internet, tanto da avere un termine specifico per riconoscere chi soffre di questa patologia. Hikokomori, così vengono chiamati nel paese del Sol Levante gli adolescenti che decidono di interrompere qualsiasi rapporto con la realtà per estraniarsi completamente in un mondo virtuale. Nei casi più estremi arrivano a passare anni senza uscire dalla loro camera e trovano come unica via di fuga il suicidio. Questo fenomeno molto diffuso ha spinto il Governo giapponese a prendere dei provvedimenti, creando dei veri e propri campi d’astinenza, dove i pazienti seguiti da psichiatri e specialisti cercano gradualmente di ritornare alla realtà senza internet.

Un Hikokomori è il protagonista e anche il titolo dello spettacolo scritto da Katia Ippaso e Marco Andreoli per la regia di Arturo Armone Caruso in scena al Teatro dell’Orologio. Un Figlio, un adolescente (Giulio Pranno) si rinchiude nella sua stanza piena di videocasette, libri mai aperti e soldatini di plastica. Non va più a scuola, non mangia, non si lava ed è perseguitato dal fantasma del Nonno (Aldo De Martino) e soprattutto dalla Madre (Luisa Marzotto).

Inizia così un melodramma familiare dal vago sapore orientale che catapulta lo spettatore nel mondo alienato di questa famiglia distrutta. Tra spettri, padri assenti e isterismi ingiustificati si sviluppa una drammaturgia confusa affetta da una grave malattia che spesso affligge il teatro: la pretesa autoriale, forzare la spontanea esigenza comunicativa della messa in scena cercando con escamotage intellettuali di far presa sul pubblico. Un espediente fine a sé stesso che finisce per slegare la tensione drammatica, accentuata altresì da una recitazione sopra le righe che avrebbe bisogno di meno enfasi e più verità.

Gli innesti di alcuni brani da La Metamorfosi di Kafka rendono l’ingranaggio narrativo ancora meno scorrevole, nonostante il paragone tra Gregor Samsa e il Figlio – entrambi trasformati in qualcosa di “mostruoso” – potrebbe rendere più chiare alcune dinamiche. La camera dove l’Hikokomori si è rifugiato d’altronde può assumere diversi significati: è il luogo di un delitto edipico che deve essere espiato; il rifugio che preclude la scoperta della vita; o un’accogliente ma mortifera stanza di bambagia dove il ragazzo si è rifugiato per sottrarsi alla vita. Allo spettatore la scelta.

Si resta perplessi e spaesati alla fine dello spettacolo, con la sensazione di aver ricevuto, sì, stimoli interessanti ma troppo congestionati.

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 13 dicembre 2016

Crediti ufficiali:
HIKIKOMORI
di Katia Ippaso e Marco Andreoli
con Luisa Marzotto, Aldo De Martino, Giulio Pranno
regia Arturo Armone Caruso
foto di scena Manuela Giusto