Corsa speciale Omini

Voci dalla ferrovia

La 'Corsa Speciale' degli Omini con scarto antropologico

A partire dal XX secolo l’opera d’arte ha cominciato a dipendere fortemente dal luogo in cui viene collocata. Scriveva Robert Hughes, uno dei massimi critici d’arte del secondo Novecento: «Un Rodin messo in un parcheggio è semplicemente un Rodin messo nel luogo sbagliato; Equivalent VIII [del minimalista Carl André: una pila di centoventi mattoni, ordinata su due strati, ndR] messo nello stesso parcheggio sarà soltanto una pila di mattoni.» E il discorso non riguarda certo solo le arti visive.

Un passante che ci racconta la sua vita è narrativa? E un teatrante che riprende le sue parole e le recita su un palco è arte? La faccenda – al di là della gabbia vuota delle definizioni – è complessa, ma affrontarla è interessante perché ci offre non tanto un’etichetta da applicare a questa o a quell’opera quanto piuttosto uno sguardo, magari inaspettato, sulla nostra stessa maniera di guardare alle cose.

Nel 1864, nel centro Italia, venne inaugurata la Porrettana, un tracciato ferroviario di 99 chilometri che collegava Bologna a Pistoia attraversando gli Appennini, vera e propria mirabilia ingegneristica per l’epoca. Poi però negli anni ’30 arrivò la Direttissima e la vecchia strada ferrata cominciò a diventare scomoda, superata, pian piano diminuirono le corse, finché nel ’90 la linea non venne più utilizzata nella sua interezza; nel 2014 infine, a 150 anni dalla nascita, la chiusura. Rischiava di essere interrotta per sempre e invece poi l’anno scorso ha ripreso la sua lenta attività, salvando dall’isolamento decine di paesini tosco-emiliani. Cosa c’entra questo con l’arte? Ora ci arriviamo.

• Il Progetto T

È proprio attorno alla Porrettana che l’Associazione Teatrale Pistoiese – uno dei 29 Centri di Produzione Teatrale del triennio ’15/’17 – ha ideato il Progetto T: «un originale connubio tra teatro e treno […] costruito tramite indagini e interviste territoriali, alla ricerca di storie e personaggi», e ha deciso di affidarlo a Gli Omini, compagnia toscana già attenta a mescolare la dimensione “costruita” del teatro con quella “spontanea” della quotidianità. Così, ogni anno una tappa: nel 2015, al Deposito Rotabili di Pistoia, lo spettacolo Ci scusiamo per il disagio (che sta girando nella sua versione da palco); per il 2017 è prevista «la realizzazione di un vagone-teatro», scena mobile che – ci si augura – si “sposterà” per l’Italia; quest’anno è stata la volta de La corsa speciale.

• La corsa speciale

Speciale, sì, perché ogni sera per dieci  giorni un treno eccezionale è partito da Pistoia diretto verso uno di quei paesini lambiti dal binario unico della Porrettana. Fermata: l’invisibile stazione di Castagno. Qualche grande albero, una gradinata e, in fondo, l’imbocco della galleria. È su questo palco naturale che Gli Omini hanno dato voce e forma a chi qui vive e questa linea continua a percorrerla, rievocando così con l’ironia, il cinismo, la leggerezza loro tipici gli aneddoti, le testimonianze e i racconti raccolti lo scorso aprile in queste aree (era prevista anche una sezione sonora, in treno, sospesa dopo l’incidente tra Andria e Corato).

• Il “teatro antropologico”

Ora. Ultimamente per parlare de Gli Omini si utilizza spesso l’espressione «teatro antropologico», o giù di lì. Certo sarebbe da capire se i diretti interessati siano d’accordo, ma ad ogni modo la definizione ha il suo fondo di verità; il problema semmai è che il binomio è alquanto tautologico. Il teatro è per sua natura antropologico: al di là di forme e metafore, parla di uomini, a uomini, attraverso uomini. E un artista può partire da dove vuole per creare, sia un fatto realmente accaduto, uno inventato oppure uno più o meno alterato: la partenza è solo una parte del percorso—tutto sta a vedere dove si vuole arrivare. Insomma, il fatto che qualcosa sia vero o meno non dovrebbe cambiare i pesi sulla bilancia. Oppure sì?

E ritorniamo a Hughes. Una cosa è la riflessione culturale che si può sviluppare attorno a un’opera, altra cosa è ciò che l’opera è, già, in sé. Quando Picasso, ad esempio, cominciò ad attingere all’Arte africana lo fece formalmente: per i canoni europei del tempo infatti quelle “forme” apparivano selvagge, potenti, violente, ma «che le alterazioni del viso o del corpo rappresentate da quelle figure – sempre Hughes – non fossero distorsioni espressioniste ma forme convenzionali [a Picasso] era forse meno chiaro (o per lo meno meno interessante) di quanto non lo sia oggi a noi.»

Pablo Picasso Les Demoiselles d’Avignon (1907), ©MoMA, New York

• Il teatro de Gli Omini

Perciò, la domanda è: cos’è che guardiamo quando guardiamo uno spettacolo de Gli Omini? E soprattutto, quanto ci vogliamo vedere? La ritrattistica portata in scena dalla compagnia toscana è incontestabilmente divertente, acuta, ironicamente impietosa, egregiamente interpretata, satinata di nero, quasi una commedia dell’arte incupita di drammi (più veri di quanto non sembri), ma non ha – o non ha ancora – maturato un respiro più ampio da riuscirvi a scorgere una riflessione profondamente antropologica: in fondo ciò cui assistiamo sono squarci parziali di verosimile realtà (perché quella mostrataci è pur sempre una parte di una totalità di cui non sapremo di più – forse manca un po’ di noiosa e semplice “normalità”), intervallati dalla cornice-commento di uccelli antropomorfi che aleggiano come sorta di genius loci a metà tra i Lari latini e le Moire che tessono le vita degli uomini. Di più non sapremmo cogliere. Né vogliamo. L’operazione de Gli Omini è quanto mai genuina, perché sovraccaricarla di segni?

Les Demoiselles d’Avignon rimane comunque uno splendido quadro occidentale: provocatorio e innovativo. Equivalent VIII una traccia di arte concettuale scarnificata di ogni estetica riconoscibile. La Corsa speciale  un progetto coerente che realizza ciò che si propone: indagare artisticamente un luogo che è anche un tempo, cioè una storia – ancora in corso –, e restituire una voce – reinterpretandola – a chi quella voce rischiava di perderla. Non solo, il Progetto T lascia la traccia di una felice collaborazione tra un’istituzione teatrale, l’amministrazione locale, Trenitalia e le Ferrovie dello Stato (e vale la pena ricordare che proprio qui, anche qui, nel giugno del ’78 passò l’ormai dimenticato Treno di John Cage).

Un’impresa, quella di ATP e Omini, che con i tempi che corrono sembra quasi più pionieristica di quanto non fu al tempo costruire la Porrettana.

(Foto: © Stefano Di Cecio | Lorenzo Gori | Emiliano Poana)

Ascolto consigliato

Pistoia-Castagno-Pistoia – 17 luglio 2016

Crediti:
uno spettacolo teatrale de Gli Omini
di e con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Giulia Zacchini e Luca Zacchini
luci Emiliano Pona
una produzione Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di Ministero dei beni e delle attività culturali e del turimo, Regione Toscana
in collaborazione con Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana
e con il sostegno di Unicoop Firenze

Gli Omini sono compagnia in residenza artistica presso l’Associazione Teatrale Pistoiese