Festival Santarcangelo 2015

Un giorno a Santarcangelo

Guardare non è più un atto innocente

Cammini per le stradine di Santarcangelo e l’occhio è subito colpito da queste parole, stampate sui manifesti per tutta la città. Nessuna immagine quest’anno, nessun titolo, come da tradizione, a rappresentare il Festival del teatro in piazza più antico d’Italia, giunto quest’anno alla sua 45^ edizione; soltanto le parole di Romeo Castellucci sopracitate a racchiudere l’essenza stessa del Festival. Allora partiamo proprio da queste, da ciò che sembra un riferimento diretto al soggetto del guardare: il pubblico, ovviamente. Perché, se guardare non è più un atto innocente, allora chi guarda non è da meno. E se è un pubblico scacciato dall’Eden è proprio perché è fautore di una realtà assai «colpevole» (come l’Ungheria di Béla Pintér o la Grecia di Deflorian/Tagliarini), o che porta dentro di sé il seme dello «scandalo» (quello di una sessualità provocatoria come in 69 Positions di Mette Ingvartsen), oppure che anela a oltrepassare i confini del gender (MDLSX dei Motus). Insomma, quest’anno il Festival sembra avere una vocazione più che mai politica di raccontare una realtà scottante, magnetica, tanto da farci rimanere paralizzati—come recita la seconda frase/manifesto di Castellucci: «Sarà come non distogliere lo sguardo dagli occhi di Medusa.»

Ma com’è allora questa realtà? È davvero così paralizzante? E a quale pubblico si rivolge? Siamo andati a scoprirlo di persona durante il secondo week end del Festival.

Foto ©Ilaria Scarpa

La nostra cronaca inizia con le Azdore, «donne di casa» in dialetto romagnolo. Il progetto dell’artista svedese Markus Öhrn , infatti, coinvolge un gruppo di signore di Santarcangelo e le invita a svestire i panni di donne placide e rassicuranti per andare alla ricerca del loro personale dio Thanatos distruttore; ricerca che confluisce in una performance dalle tinte black-metal. Purtroppo però, le azdore, non le abbiamo trovate – il sabato è il loro giorno libero –, ma in compenso abbiamo potuto vedere il loro quartier generale, ossia uno spazio “Saigi” [cooperativa di pollicoltura, ndR] riconvertito in un bunker buio e inquietante: mobilia in disordine, scritte sui muri, una consolle lasciata alla deriva, cibo stantio, come se si fosse appena consumato un rave party. Sulle pareti, come magra consolazione, si proiettano in loop filmati delle azdore intente ad esibirsi nei loro atti sovversivi: con tanto di cerone bianco e occhi cerchiati di nero, le vediamo ora sul prato a sfasciare ferocemente angurie con una mazza da baseball, ora al mare alle prese con uno squalo gonfiabile, ora nella preparazione di tagliatelle dark (sarà nero di seppia?).

Foto ©Luca Telleschi

Tralasciando volutamente il lavoro dei Motus, di cui parleremo in separata sede (leggi qui), proseguiamo alla volta della Porta Cervese, che ospita il progetto di Veridiana Zurita Host me and I cook for you. L’artista brasiliana ha infatti cenato e dormito presso diverse famiglie santarcangiolesi, raccogliendo insieme atmosfere, storie e oggetti diversi per ognuna, qui esposti per l’occasione. Un altro esempio, insieme alle Azdore, di un forte legame tra manifestazioni artistiche e territorio – peculiarità del Festival di Santarcangelo – dove una comunità tanto piccola quanto ricettiva agli stimoli culturali si lascia coinvolgere in iniziative e progetti artistici che rappresentano una parte importante del Festival.

Foto ©Ilaria Scarpa

Ed è una comunità che negli ultimi anni ha sofferto di una programmazione festivaliera paradossalmente elitaria, rivolta a un pubblico sempre più circoscritto a intellettuali e addetti ai lavori, lasciando da parte una vena più «popolare», che dovrebbe invece essere iscritta nel dna di un Festival che ha scelto la piazza come luogo per eccellenza deputato alla rappresentazione. Come è il caso di 69 Positions dell’artista danese Mette Ingvartsen, ultimo spettacolo della giornata: un tour guidato sui generis che intende esplorare il concetto di sessualità e desiderio rispetto allo spazio pubblico, con l’intento di coniugare le due sfere, discuterne i confini e ridefinirli. Se è indubbia la portata provocatoria dell’evento e la verve di Ingvartsen, lo «scandalo», per contro, rimane superficiale: il suo corpo nudo e perennemente esposto diventa un vero e proprio territorio di sperimentazione, ma si fatica a capire dove voglia arrivare la sua riflessione.

Foto ©Virginie Mira

Chiudiamo la nostra cronaca di domenica mattina in una piazza Ganganelli rovente, non solo per il caldo. Sono infatti in arrivo i Burning Books: camion pieni di titoli della prestigiosa casa editrice Ubulibri – fondata e pervicacemente sostenuta da Franco Quadri, figura cardine del teatro e della critica teatrale, scomparso nel marzo del 2011 – distribuiti gratuitamente per sfuggire alla dura legge del macero, e ci vuole poco affinché un’esplosione di gioia ingorda pervada la piazza. Una volta superata la fila per accaparrarsi la borsina gialla, un esercito di intellettuali si aggira, così, furtivo per i banchetti pieni di libri come api ansiose di suggere il nettare del teatro di Bernhard, Scabia, Jelinek, Moscato, Stanislavskij, Mejerchol’d, e molti altri.

Foto ©Ilaria Scarpa

Dopo aver saccheggiato con soddisfazione la piazza, ce ne torniamo a casa, e ciò che emerge con più forza da questa giornata a Santarcangelo è una volontà di rappresentazione del nostro presente senza filtri, che mira a colpire lo spettatore dritto al petto. A tratti l’esito è riuscito, come vedremo per i Motus, altre volte si rivela più debole. Possiamo solo augurarci che il festival di Santarcangelo torni a raccontare una realtà davvero “bruciante”, al di là dei Burning Books. Insomma, avremo anche perso l’innocenza, ma perlomeno torniamo pieni di libri, che scottano, loro sì.

Ascolto consigliato

Santarcangelo di Romagna (RN) – 18 luglio 2015

Grazie


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