Festival Orizzonti 2015

Minoritario o elitario?

A proposito del Festival Orizzonti 2015 a Chiusi

Minoritario o elitario? È una domanda che ricorre spesso quando si parla di teatro. Non è un mistero d’altronde che nell’era della riproducibilità tecnica l’arte dell’effimero fatichi a tenere il passo con le altre tre principali forme di spettacolo – musica, cinema, televisione –. Ma si tratta di una condizione patita o di un limite voluto? Perché a volte il confine tra arte per pochi e arte per quei pochi diventa pericolosamente ambiguo.

Così, mentre i responsi del FUS riformato (il Fondo ministeriale che regola i contributi per lo spettacolo) continuano a scuotere il già precario edificio teatrale italiano, approdiamo a Chiusi per scoprire come il festival Orizzonti (che ha ottenuto il riconoscimento e dunque il finanziamento del MiBACT – leggi qui), giunto alla sua XIII edizione, abbia deciso di operare all’interno di questo grande solco che divide domanda da offerta, per non dire ormai proposta da reazione.

• L’azzardo dell’opera

Ciò che sicuramente distingue la rassegna chiusina è la multidisciplinarietà: agli attesi appuntamenti di teatro e danza si aggiunge infatti l’opera. Una scelta curiosa quella del direttore artistico Andrea Cigni (regista d’opera, qui alla sua seconda edizione), quasi azzardata se si pensa all’attrattiva del mélo oggigiorno, e che invece a giudicare dalla risposta del pubblico di La voix humaine risulta particolarmente azzeccata. Storia di un amore finito che si trascina languidamente a un capo del telefono, La voce umana è un atto unico di Cocteau del ’30 che il compositore Poulenc, ventotto anni dopo, adattò in tragédie lyrique (ascolta qui).

Ma qui si va oltre, proponendo un’ottima mediazione fra passato (che era già innovativo al tempo) e presente: al centro del chiostro S. Francesco rimane allora solo qualche tessuto prezioso, una chaise longue, un bicchierino da assenzio, ma poi il pianoforte solo di Andrea Dindo scrosta via tutta la possibile opulenza di archi e fiati, e la sensualità espressiva, volutamente abbandonata, del soprano Tiziana Fabbricini, unitamente alla cura nello scandire le parole nel canto, scatenano una fruizione immediata.

• A bordo di una barca per il miracolo

E l’entusiasmo non manca di certo neanche al largo del lago di Chiusi, dove pochi fortunati spettatori assistono in barca alla storia di Mustiola, santa patrona della città. Secondo gli stilemi del teatro di narrazione, empatica e genuina, Silvia Frasson rievoca a bordo di una piccola chiatta la vita della giovane nobile romana che divenne martire della cristianità. Prima tappa del progetto VisitAzioni (brevi spettacoli in spazi non convenzionali della cittadina), La santa attinge al repertorio agiografico con aderenza, sfruttando l’ambientazione solo a livello scenografico, ma non offre particolari spunti di riflessione per il presente (come potrebbe, ad esempio, a proposito degli odierni scontri religiosi; c’è solo una piccola postilla critica alla supponenza di certo ateismo).

• L’ esilarante tragedia della diversità

Ben più attuale e dirompente – già a partire dalla dedica a Alfredo Ormando, lo scrittore che si diede fuoco nel ’98 a San Pietro per denunciare l’omofobia cattolica – è la versione definitiva de L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Andrea Adriatico (Teatri di Vita – il debutto fu nel 2012). Scritta nel ’71dal franco-argentino Copi, la pièce affronta in tono dissacrante il tema dell’emarginazione e della libertà attraverso un procedimento di saturazione per assurdo: transessuali che si operano a Casablanca e finiscono in Siberia, per discriminazione o per scelta, e che in quel gelo senza candore stabiliscono relazioni impossibili, legami posticci, quasi una parodia traslata di quella stessa “normalità” che li ha rifiutati, rifugiandosi in un sesso (atto e identità) assurto a strumento di affermazione e sottomissione.

Il silenzio, la perversione, l’autodistruzione si fanno allora le uniche armi di sopravvivenza: la retorica della dialettica ha fallito, nel nostro mondo ormai domina l’arroganza della ragione, cioè di chi vuole averla.

Adriatico prende il testo di Copi e decide di esasperarne ulteriormente il meccanismo del paradosso: questo gulag mai esplicitato si sposta sulla riva del lago con tanto di teli da mare e costumi da bagno, mossette e pantomime ottocentesche, per una temperatura di quaranta sotto zero che è evocata e non si vede e che proprio per questo, nell’esilarante surrealtà dell’intera vicenda, gela ancora più il sangue. Le interpretazione di Eva Robin’s ma in particolare di Olga Durano e Anna Amadori ne fanno semplicemente, a nostro avviso, lo spettacolo più brillante dell’estate.

• L’onestà sensuale del sentimento

Ma, dicevamo, il pubblico? come reagisce il pubblico? Apprezza, segue, applaude; purtroppo però scarseggia. E la cosa diventa manifesta quando si lasciano le panche, le barche o le sedie delle platee improvvisate all’aperto e si entra in uno spazio più convenzionale come il Mascagni, piccolo teatro all’italiana in pieno centro storico. Per la prima nazionale di Thérèse et Isabelle ritroviamo infatti lo stesso contingente di astanti, ma stavolta la sala è piena solo per metà, i palchetti vuoti. Raccogliere una quarantina di spettatori (di cui un terzo operatori) per un artista affermato come Valter Malosti ci sembra una défaillance non da poco (e veniamo a sapere che una situazione analoga si è presentata con Delbono e Latini).
Tanto più, poi, che questa trasposizione scenica dell’omonimo romanzo di Violette Leduc è particolarmente riuscita: impresa per nulla scontata, tra l’altro, considerando che si tratta di un testo erotico, saffico, semi-autobiografico, lirico nella prosa.

Il palco è abbandonato al buio. Solo uno squarcio di luce (Francesco Dell’Elba), al centro, tra le due ragazze, come un sesso pulsante che tace nella castrazione di questo collegio anni ’20. Thérèse (Elena Serra, sfaccettata e magnetica) è bruna, riservata, dal corpo androgino, titanico e fragile, sensuale e castigato, su cui si imprime già un dissidio interiore; Isabelle (Roberta Lanave) invece è una bambola di porcellana voluttuosa, falsa innocente, dolce e crudele. Con impeccabile misura, la regia di Malosti lascia che siano le parole a evocare il desiderio, impreziosendo di ricami barocchi (suono G.U.P. Alcaro) le vertigini romantiche (quasi si avverte un’eco dell’ingenuità poetica dei Romeo e Giulietta shakespeariani); facendosi egli stesso seduttore invisibile, Malosti gioca a rinviare continuamente il contatto fisico delle attrici cosicché l’ardore del piacere si renda, nell’attesa, più pressante – perfino nel pubblico. Di fatto, c’è una tale naturalezza nella passione di Thérèse et Isabelle, che sollevare la benché minima questione di genere sarebbe più da mentecatti che da omofobi.

• Il pubblico assente: domande e proposte

A giudicare dall’offerta, dunque, al festival non manca certo la qualità né tantomeno la varietà; si direbbe piuttosto che il tallone d’Achille di Orizzonti sia la pubblicità, proprio nel senso etimologico di “essere pubblico”, di “rivolgersi pubblicamente a”. Ma per l’appunto, a chi si rivolge Orizzonti? A pochi, a quei pochi, a tutti?

Non si può nascondere, innanzitutto, che i prezzi siano poco democratici: manca il tipico biglietto giornaliero da festival (vedere tre spettacoli costa dai 40 ai 60 euro circa); il pass globale rasenta un abbonamento da teatro nazionale (quando è evidente che quasi nessuno si trattiene mai per l’intera durata di un festival); e gli stessi artisti partecipanti non hanno un prezzo di favore (e quindi sono poco spronati a vedere gli spettacoli altrui).
Se poi, come è evidente in ogni piccolo centro che si apra all’arte contemporanea, uno degli scogli maggiori è la diffidenza dei locali, ci chiediamo se un atto di buona volontà da parte della Fondazione Orizzonti d’Arte non sarebbe affidare (o co-affidare) la direzione artistica del Mascagni allo stesso Cigni, così da stimolare un processo di continuità effettiva tra stagione e festival.

Inoltre, sempre nell’ottica dell’avvicinamento, una scelta sicuramente felice è stata quella di adattare a spazio scenico i diversi luoghi e scorci della cittadina; ma risulta, al tempo stesso, poco chiaro come mai lo spazio più visibile del festival – il palco in Piazza Duomo – sia rimasto inutilizzato per tre giorni (e abbia ospitato, per due, la danza; di cui in Italia, purtroppo, manca la benché minima alfabetizzazione), anziché essere sfruttato quotidianamente come principale luogo di richiamo “pop”, per così dire, per i residenti, i turisti e gli abitanti del circondario (come invece giustamente è stato in apertura e in chiusura, con la Cavalleria Rusticana, Paolo Fresu e Franca Valeri), tanto più che il borgo non sembrava offrire alcuna valida alternativa culturale.

Encomiabile inoltre l’apertura alla critica online. Il laboratorio di scrittura diretto da Andrea Pocosgnich e Viviana Raciti della webzine Teatro e Critica ha offerto di giorno in giorno alla città di Chiusi un quotidiano di informazione – Zenit – pratica guida critica agli spettacoli del festival, ad opera di sei giovani penne alle prime armi (leggi qui tutti i numeri in versione digitale); ma anche in questo caso ritorna lo stesso dubbio: a chi è rivolto il giornale? qual è il suo peso specifico? come fa il suo lettore occasionale a soppesarne l’informazione? Non sarebbe meglio affidare/commissionare l’informazione ufficiale del festival a una redazione mista di professionisti e trasformare il laboratorio in un centro della visione (magari nella formula doppia di incontro pre e post spettacolo) per spettatori “non esperti”?

• Conclusioni all’orizzonte

Dunque. Elitario o minoritario? Nessuno dei due. A nostro avviso il festival Orizzonti non è né autoreferenziale né circoscritto, anzi, probabilmente è uno dei festival col più alto potenziale di aggregazione. La formula della multidisciplanarietà non nasconde la tipica furberia nostrana “intercetta fondi”, ma è reale, c’è seriamente una proposta sfaccettata, variegata e fortemente valida. Non fosse stato per una serie di ingenuità comunicative, organizzative e commerciali, la riprova l’avrebbe data il pubblico stesso già a partire da quest’anno.

Non è stato così. Ma non è “un peccato”. Anzi. È un ottimo inizio. Stavolta c’è mancato davvero poco che un festival teatrale diventasse un evento per “tanti”.

Letture consigliate:
Marco Lorenzoni – C’è vita a Chiusi, ma è vita aliena. Il festival Orizzonti e l’indifferenza dei chiusini
Andrea Pocosgnich – Orizzonti Festival 2015. Intervista con Andrea Cigni
Matteo Brighenti – «La mia storia d’amore con la voce»: intervista a Tiziana Fabbricini

Ascolto consigliato

Chiusi (SI) – 4, 5 e 7 agosto 2015