Eneide – Tarasco

Eneide – Matteo Tarasco

Una densa nuvola di fumo traghetta il gremito Teatro Argot nell’opaco viaggio per l’Averno di Eneide – Ciascuno patisce la propria ombra. Nell’oscurità della nebbia spettrale appaiono tre figure sinuose, dalle linee morbide, i tratti femminili, vestite di lacrime di sangue essiccate in una ragnatela cremisi (costumi di Chiara Aversano) che ribadisce la loro condanna al mondo dell’aldilà: sono le tre anime guida dello spettacolo, “Caronte” involontarie fra le onde crudeli di una storia, la nostra, marchiata e macchiata dal sangue di troppe guerre, una storia che pianta le sue radici proprio nel mito fondatore dell’Occidente – Enea, o meglio la sua ombra.

Emergono dal buio anonimo della morte, varcano la soglia di un sudario d’organza, macchiato di rosso, e vengono a narrare l’eroe virgiliano, esimio assente, che fugge da Troia, fugge da Cartagine, fugge dalla sua storia. E a rimanere, allora, è solo una Creusa abbandonata, una Didone dolente, una nuova civiltà detronizzata se non addirittura sconfessata. A tirare le fila della narrazione la Sibilla cumana (Giulia Innocenti, sicuramente la migliore sul palco) che introduce le sventurate amanti, lasciando loro il gravoso onere di rievocare il passato fuggiasco del futuro padre di Roma.

Matteo Tarasco (sue la regia, la drammaturgia, le scene e il disegno luci) imbastisce un dramma dalle ambientazioni seducenti, i toni solenni, con scenografie e costumi semplici ma estremamente efficaci; purtroppo, però, la drammaturgia fatica ad affermarsi e le battute, talvolta recitate in maniera un po’ troppo canonica e senza carisma (si sente la mancanza di una compagnia collaudata), cadono sorde, rendendo questo pastiche di Virgilio, Ovidio e Marlowe una miscela densa ed eterogenea che stenta ad andare oltre le parole.

Lo spettacolo, comunque, è al suo debutto. Le intenzioni sono oneste e apprezzabili, ma il modello letterario non basta; per esprimere una nuova voce attraverso gli antichi c’è bisogno di una riscrittura decisa, dal polso fermo, che osi di più. Chissà, forse è vero: “Ciascuno patisce la propria ombra”.