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Der Park – Peter Stein

William Shakespeare, si sa, è un eterno fascinatore. Le sue opere sono le più rappresentate, evocate, riscritte e citate nei teatri di tutto il mondo. La disarmante attualità dei suoi testi è diventata una fonte inesauribile d’ispirazione e una prova d’obbligo per qualsiasi attore, regista e drammaturgo. In Der Park, però, la coppia Shakespeare-Strauss è andata ben oltre. La fase evocativa del testo e della messinscena ha lasciato spazio a qualcosa di tangibile, la quarta parete è stata inconsciamente distrutta in mille pezzi per passare dal simbolo all’incarnazione. Ma su questo punto ci torneremo più avanti.

Trentadue anni fa Botho Strauss scriveva per Peter Stein Der Park, opera ispirata al Sogno di una notte di mezz’estate in cui, attraverso lo spostamento dal bosco fatato a un degradato parco berlinese, intendeva mostrare la decadenza di una società che ha perso il proprio legame con la storia e con l’arte. L’opera, rappresentata originariamente allo Schaubühne di Berlino, riprende vita in tutta la sua magnifica vecchiezza al Teatro Argentina di Roma con la traduzione di Roberto Menin.

Foto di scena ©Serafino Armato

Dei personaggi shakespeariani rimangono i soli Oberon (Paolo Graziosi) e Titania (Maddalena Crippa), semidei scesi in terra con l’intento di risvegliare l’antica fiamma della passione ormai affievolita da una crisi identitaria che ha colpito il mondo moderno. Al loro servizio c’è un novello Puck – Cyprian (Mauro Avogadro) – artista che crea amuleti in miniatura capaci di risuscitare i desideri spenti e riportare il mondo ai propri istinti primordiali e carnali cancellati dalla monotonia di una società composta da annoiati borghesi e scontrosi ragazzi punk.

Foto di scena ©Serafino Armato

Il tentativo architettato, però, risulta vano: gli uomini, ormai in piena deriva morale, non possono e non vogliono essere più salvati. Ed ecco che gli amuleti di Cyprian non portano ad altro che a tradimenti, violenze, razzismo, accoppiamenti improbabili, fino ad arrivare all’assassinio dello stesso artista per mano del suo amato ragazzo di colore. Si voleva restituire al mondo un nuovo ordine ma si è ottenuto l’effetto contrario, e in questo nuovo caos a Oberon non resta altro che spogliarsi dei suoi poteri e mescolarsi tra la gente comune.

Foto di scena ©Serafino Armato

Uno spettacolo imperioso, imponente e interminabile nella sua, a tratti ridondante, durata di quattro ore. Peter Stein allestisce trentaquattro scene d’incessante maestosità, in cui anche i cambi a vista di scenografia nella penombra diventano poesia. Certo, ora guardiamo straniti quel gruppo di punk o sentiamo lontana quella società borghese messa in scena oggi come trent’anni fa, ma pur nell’obsolescenza dei suoi personaggi chiave, la severità e la potenza del testo di Strauss non risulta minimamente scalfita. A tal proposito, il finale è incredibilmente indicativo.

Foto di scena ©Serafino Armato

Il Minotauro (Alessandro Averone), frutto dell’insano amore tra Titania e il Toro, organizza una festa nella sua lussuosa dimora, ma poche persone partecipano all’evento. La decadenza è oramai ai vertici. Curioso e simbolico, però, è quanto avviene oltre il palcoscenico: buona parte del pubblico ha abbandonato la sala anzitempo, mentre una fetta dei restanti è assopita e rimane per forza d’inerzia. Per un curioso caso del destino neanche alcuni (forse troppi) di loro hanno voluto partecipare alla festa del Minotauro. Tutto il teatro si è trasformato in scena: una fotografia perfetta.

Foto di scena ©Serafino Armato

A inizio spettacolo Helen (Pia Lanciotti), membro di una compagnia circense, è rattristata, sconsolata: l’arte non sta morendo, il circo non è più quello di una volta e, soprattutto, il pubblico non è più interessato come un tempo. Vi ricorda qualcosa?

Teatro Argentina, Roma – 8 maggio 2015

DER PARK

di Botho Strauss dal Sogno di Shakespeare
traduzione Roberto Menin
regia Peter Stein
con Alessandro Averone, Martin Chishimba, Maddalena Crippa, Martino D’Amico, Michele De Paola, Arianna Di Stefano, Gianluigi Fogacci, Paolo Graziosi, Orlando Lancellotti, Pia Lanciotti, Laurence Mazzoni, Andrea Nicolini, Silvia Pernarella, Graziano Piazza, Daniele Santisi, Fabio Sartor, Samuele Valera
scenografo Ferdinand Woegerbauer
costumista Annamaria Heinreich
lighting designer Joachim Barth
musiche originali Massimiliano Gagliardi
assistente alla regia Carlo Bellamio
produzione Teatro di Roma