monnalisa

#20: Anche le Gioconde hanno le mani

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

Il concetto di “mettere a fuoco” è una cosa relativamente recente, introdotto dalla fotografia: il gioco fuoco/fuori fuoco serve a creare profondità di campo e dipende dall’apertura del diaframma. Perfino in inglese, concentrarsi si dice focus, a dimostrazione del fatto che è un’espressione che ormai si è largamente diffusa, così chiara nel significato che è comunemente accettata da tutta l’umanità.
Ma andiamo per ordine.
Mentre torno a casa da una lezione sulle tecniche di ripresa, mettendo una Converse appresso all’altra, affiancato da una compagna del secondo banco col maglione blu, penso a un tratto della lezione.

“Ragazzi, prendete ad esempio la Gioconda di Leonardo Da Vinci, la conoscete tutti no? Ecco, guardate la diapositiva: le mani sono perfettamente a fuoco mentre il volto ha un fuoco “tonto” – come si dice in gergo – ovvero i contorni sono leggermente meno delineati rispetto alle mani. E via via verso lo sfondo si fanno sempre più grossolani, per modo di dire eh, si capisce! Leonardo, per disegnare le mani, ha usato un pennello molto più piccolo di quello usato per fare lo sfondo. Mentre voi sulle vostre reflex dovete girare una rotellina, i pittori mettono a fuoco usando pennelli via via più piccoli…”

Allora: considerando il fatto che la Monna Lisa è stata dipinta nei primi del Cinquecento e che la Fotografia (come disciplina) sarebbe stata inventata una ventina di GENERAZIONI dopo, quando ho sentito queste parole m’è suonata tipo una sveglia. A parte il fatto che miliardi di persone sono sempre state concentrate sul sorriso del soggetto, ignorando del tutto la genialità che implica aver fatto le mani a quel modo. Tipo che mentre dipingeva Leonardo s’è alzato dallo sgabelletto di legno e ha detto al pischello di bottega: “Portami il pennello più piccolo che c’abbiamo, che le mani le devo mettere a fuoco. Intanto io e Monna Lisa ci facciamo un té” Ah vabbè che forse non era arrivato nemmeno il té in Toscana e già Leo aveva capito l’importanza del fuoco e aveva creato un capolavoro destinato a restare per sempre nell’immaginario di tutti. Mentre faccio tutte queste belle considerazioni, rapito dall’estro di un grande genio del passato che ha indossato la maglia della mia stessa nazionale, pensando a quanto profonda, geniale, insostituibile sia la mente umana, la compagna del secondo banco col maglione blu, che è pure una cara ragazza e je vojo bene – per carità! – decide di interloquire.

Mi fa: “Sai, ieri la mia coinquilina ha cucinato l’amatriciana. Ha dimenticato di mettere il sale nell’acqua e ha tirato fuori la pasta tipo 3 minuti dopo il tempo di cottura. Era trooooppo scotta!”
Ah.
MaDDai.

E ti ritrovi a parlare della differenza tra guanciale e pancetta che manco te n’accorgi. Palo e frasca, padella e brace, Zidane e Materazzi e sbuchiamo alla piazzetta di San Lorenzo.

“Io mi fermo qui. Devo aspettare un tizio che mi ha commissionato un video.”
“Ah ok, io vado a fare la spesa! Ci vediamo domani!”

Avevamo appuntamento alle sei e mezza e sono le sei e 40. 6 e 50. 6 e 60.

Vabbè, lo chiamo. Squilla.

Tuuuuuuu… tuuuu… – “Ahhhhhh Federico!”

Da come dice “Ah” immagino subito che si sia dimenticato del nostro appuntamento. La indovino con una. Va bene, non ti preoccupare che tanto vivo qua vicino, possiamo fare un’altra volta, sì sì, tranquillo e qualche altra rassicurazione di circostanza. Bene, non mi resta altra scelta: me ne vado a casa a farmi una bella doccia.

Ma magari!

Come arrivo sotto al portone di vetro inizio a tastarmi le tasche e la consapevolezza che le mie chiavi stanno prendendo gli ultimi raggi di sole cosparse dalla polvere del mio comodino si fa via via strada nel mio cervello. Abbasso la testa in segno di resa al Destino e decido di andare a fare la spesa pure io. Non mi posso nemmeno mettere le cuffie per ascoltare la musica che ho il telefono scarico: mi devo guardare attorno per forza.

Attraverso le viuzze del mio rione col passo lento di chi ha tempo da perdere: siamo in una zona di movida pomeridiana ed è l’ora di punta per l’Aperitivo Generation, gente che risparmia 15 centesimi sui rigatoni per investire 7 euro a botta in Mojito e stuzzichini. Avoja a risparmià!
C’è più gente al baretto accanto che dentro al supermercato.
Mi prendo il mio bel cestino rosso con le rotelle direzionabili e inizio la perlustrazione. La gente è la solita: età tra i 18 e gli ottanta, vestiti anonimi, quasi tutti al telefono. Capisco i mariti che non si vogliono sentire i rimproveri delle mogli chiedere consigli in tempo reale.
Ma gli altri?
A sentirli parlare sembrano tutti personaggi del Momento. Conferenze, riunioni, viaggi all’estero, commissioni per la società, tutti che parlano delle mille cose fighe che hanno da fare manco fossimo su Facebook.
Mentre decido di prendere il guanciale in offerta mi rendo conto di quanto la compagna col maglione blu mi abbia nel suo piccolo influenzato la giornata. Magari torno a casa e dipingo un’altra Gioconda, che ne sai?

Il tipo che mi precede nella fila è un tipo molto Aiuannagetdàun che parla molto british col maglioncino legato attorno al colletto inamidato della camicia bianca e non ha intenzione di interrompere la sua telefonata, nonostante gli sguardi di fuoco della salumiera in camice e cappellino.

“Carissimo! Domani dopo il meeting possiamo fare uno spritz, o al limite ci organizziamo proprio un bel brunch! Conosco un posto…”

Mentre realizzo che questo ci vuole raccontare tutto il suo fine settimana, incoraggiato dallo sguardo complice della signora al banco faccio mezzo passo avanti, ma il principe Carlo mi ferma voltandosi appena (sempre mentre parla al telefono) con un’alzata di sopracciglia, un po’ paterna un po’ costernata, come a dire “Dai, aspetta un secondo che ci sono prima io, non fa’ la merda!”
E allora mi rifaccio mezzo passo indietro e vado a prendere i rigatoni in offerta a -15 centesimi. Faccio un altro par de giri, con sta cazzo di voce elettronica che ogni minuto fa il countdown per dire che il supermercato sta chiudendo.

Il supermercato chiuderà tra dieci minuti, grazie per averci scelto.

Arrivo alle casse e c’è una fila chilometrica. Ma dove stava tutta sta gente? Forse si sono aggregati pure quelli del baretto. Passetto dopo passetto, con le converse accanto al carrellino rosso, vedo la meta sempre un po’ più vicina. Quando sono lì lì per arrivare, a -1 dalla vetta, mi sento ticchettare sulla spalla.

Il supermercato chiuderà tra 8 minuti, grazie per averci scelto, mo andatevene però!

Alla mia sinistra c’è una vecchietta con uno scialle di seta e una mozzarella in mano. È straniera. Tenta di rubarmi il posto a -1 dalla vetta.

“Sorry: I have just this” fa, indicando il latticino.
“If everyone in the queue agree, for me it’s ok” (so stato a Londra, ‘anacapito)

La signora guarda le 300 persone in fila indiana dietro di me che non vedono l’ora di andarsene a casa, borbotta qualcosa e se ne va.

Lì per lì, mi sento pure un attimo in colpa. Di solito, se sono l’ultimo della fila e vedo qualcuno dietro che ha solo una cosa lo faccio passare, ma se deve passare davanti ad altre persone non mi permetto di dare l’ok. Ma sarà normale sentirsi in colpa per non far passare qualcuno avanti a una fila, o succede solo in Italia?

A risposta di questa domanda mi sento battere sulle spalla un’altra volta e c’è il tipo Aiuannagetdàun di prima che arriccia le labbra e scuote un po’ la testa sopra il colletto della camicia come a dire “ammazza però, la potevi fa passà, non te sei proprio regolato, ammerda!”

Aho, ANCORA STAVA AL TELEFONO!

Il supermercato chiuderà tra 4 minuti e mezzo, namo un po’!

Riesco finalmente a pagare, e mentre si aprono le porte automatiche mi volto e vedo la vecchietta inglese ancora in fondo alla fila. Esco all’aria aperta, fresca di maggio che profuma di risate, prosecchi e asfalto rovinato.

Mentre faccio la salita, con le braccia piene di buste e il Pc nello zaino, spero che a casa ci sia qualcuno che mi possa aprire il portone.

Passo dopo passo penso che potrei buttare giù un racconto sulle vicende di questo pomeriggio, ne varrebbe la pena? Ne verrebbe fuori una storia sgangherata, forse noiosa, discontinua, che salta di palo in frasca in continuazione, ricca di avvenimenti sconnessi, che potrebbero destare sorrisi o riflessioni o niente, e privi di qualsiasi nesso logico…

… Avrebbe senso un racconto così?

… E una vita così?