Il live report della data sold out di Milano di Mark Kozelek.

Mark Kozelek (Sun Kil Moon) @ Biko (MI) - 06/04/2014È una situazione ai limiti del surreale, fuori c’è ancora la luce di una primavera calda e fiorente mentre dentro all’Arci Biko la coda è già lunga alle 18.15. E per un attimo non pare nemmeno di essere in Italia. Il concerto di Mark Kozelek inizia alle 19.55, addirittura in anticipo, e dai lucernari industriali del circolo entra ancora un po’ di chiaro ad illuminare la sala.

Mark Kozelek, a guardarlo in faccia, con quell’espressione perennemente crucciata come se ti stesse analizzando ogni volta che ti guarda, provoca un po’ di timore reverenziale; di certo non è uno di quelli che ti mette a tuo agio. No, per niente. Quando sale sul palco ci sono solo delle luci a LED blu, fisse ed immobili che lo illuminano e che rimarranno le stesse per tutto lo spettacolo.

Severamente vietata ogni foto e ogni ripresa: il cantautore pretende la piena concentrazione su se stesso. Ed in effetti, non ha tutti i torti. Ci ritroviamo tutti, o quasi, seduti ad ascoltarlo come fosse il messia. Non siamo inginocchiati verso La Mecca, ma dopo l’aperitivo a base di pasta e delizioso cous-cous, per quelle due ore scarse Mark Kozelek e tutti i suoi turbamenti, sono un po’ quello.

Apre con Gustavo – estratto da Perils from the Sea, disco in accoppiata con Jimmy LaValle dello scorso anno – e il pubblico è già entusiasta, poiché entrato perfettamente nel mood di un artista così controverso come lui. Tanto controverso quanto sensibile quando canta, e al contrario insensibile e privo di filtri quando parla al pubblico. Riprende una ragazza seduta a bordo palco, tanto da farle passar la voglia di starsene lì. Ha atteso il primo bisbiglio, mentre lui stava accordando, per poterla ammonire alla sua maniera.

C’è un alone di sacralità che aleggia in tutto l’Arci Biko, davanti si ha la mente e la voce dei defunti Red House Painters, ma anche un po’ lo zio scorbutico che arriva da lontano, sempre pronto ad averne una per tutti. Tanto che non risparmia l’ultima città dove ha suonato la sera prima, Ravenna, definendola “fucking farm town”, fottuta città di campagna o Padova, la data del giorno seguente, come una: “shitty place, I've never heard about it", un posto merdoso che non ha mai sentito nominare . Ad ogni pausa non sai cosa possa tirare fuori: parlerà della serie TV True Detective – lui che è stato anche attore in Almost Famous (1999) e Shopgirl (2005) – parlerà dei graffiti di Milano, delle belle ragazze della città e dell’orrendo cibo che si dovrà mangiare in Scandinavia nelle prossime date.

Tanti applausi sinceri, pezzo dopo pezzo. Dogs è intensa man mano che si va avanti, come i rapporti che racconta, avuti con le donne della canzone. Il disco dei Sun Kil Moon, Benji, sta avendo ottimi riscontri: dentro c’è la sofferenza, la morte, il sesso, e un uomo messo a nudo; voce e chitarra e qualche altro lieve arrangiamento. Durante il live, Mark è un perfezionista, lo si nota ad ogni pausa nella sua meticolosa fase di accordatura. In quel momento non deve volare una mosca e lo fa subito notare a qualcuno del pubblico: lo spettacolo è suo, c’è lui sul palco e nessun altro.

Praticamente ogni canzone di Benji è una storia ben precisa e vissuta, densa di personaggi e ambienti, che ad ogni nota, lentamente, si materializzano davanti agli occhi di chi l’ascolta. Ci sono i ricordi d’infanzia a guardare il film dei Led Zeppelin (I Watched the Film the Song Remains the Same) e la morte dello zio il giorno del proprio compleanno (Truck Driver).

Carissa è triste estasi, con la voce strepitosa e penetrante di Mark a raccontare di una sua cugina scomparsa anch’essa in un incendio – come suo nonno, il protagonista di Truck Driver – scaturito da una bomboletta spray mentre buttava l’immondizia. E poi c’è Micheline la storia di alcune persone che in vari modi perdono la vita. Una di queste è la nonna, e sarà la reiterata pronuncia della parola “my grandma” a rimanere in testa come un mantra durante il live.

Non vede l’ora di finire il suo spettacolo e non ne fa segreto col pubblico, quelle due ore sembrano lunghissime per lui, stanco anche dal tour intrapreso.

Mark è così: di un’emotività contagiosa col tatto di un orso bruno, ma in fin dei conti ci piace come è.


Nicholas David Altea