Cesare deve morire - Paolo e Vittorio Taviani
Un palcoscenico teatrale all'interno del carcere romano di Rebibbia. Tra gli applausi, si è appena conclusa una rappresentazione del Giulio Cesare di William Shakespeare. Si abbassano le luci e tutti i soggetti coinvolti nella recita tornano ad essere carcerati. Sei mesi prima, il direttore del carcere e un regista teatrale presentano il loro progetto ai detenuti: mettere in scena un'opera di Shakespeare all'interno del penitenziario.
Il primo passo d'affrontare è il casting, il secondo l'esplorazione del testo. La scelta del Giulio Cesare non è casuale: il suo linguaggio universale e i temi trattati aiutano gli "attori" a identificarsi con i personaggi. Durante la notte, all'interno delle loro celle, ognuno ripensa a ciò che si appresta a fare: ansia, speranza e divertimento sono i sentimenti che affollano le loro menti dopo ogni prova. Si va avanti. Lo stupore e l'orgoglio per lo spettacolo non nascondono le esasperazioni dell'essere in prigione, spesso la rabbia repressa sfocia in duri confronti anche sul palco. Si va comunque avanti. Il giorno della prima si avvicina e gli attori hanno di fronte a loro un pubblico variegato: altri detenuti, studenti e amministratori della struttura. Si trasforma in uno straordinario e inaspettato successo.
Tutti i detenuti ritornano nelle loro celle. Anche "Cassio", il migliore in scena. È in carcere da molti anni ma, per la prima volta, sente dentro sé qualcosa di diverso. Si sente libero, ma è costretto a rimanere prigioniero. Si gira verso la cinepresa ed esclama: "Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella si è trasformata in vera prigione!”. Intanto mette su il caffè: si va avanti anche nella vita.
Sorpresa, una ventata inaspettata di freschezza. I fratelli Taviani stupiscono la Berlinale. Cesare deve morire, che pure è un film loro, incofondibilmente loro per la sicurezza, l’eleganza, il rigore geometrico della messinscena e della regia, non distanzia dal cinema (come spesso è capitato a molti degli ultimi film italiani da festival) ma incredibilmente avvicina. Bianco e nero secco, storia semplice. Ognuno recita nel suo dialetto, sicialiano, calabrese, campano, o nella sua lingua transnazionale, e l’effetto è di massima efficacia e naturalezza, alcune battute shakespeariane prendono una forza barbara abbastanza sorprendente. Si arriva al climax, l’uccisione di Cesare, e la scena è da applausi veri e forti.
Il carcere intero diventa con naturalezza, senza forzature ideologico-registiche e di messaggio, lo sfondo naturale di quello che va in scena, spesso ma senza esagerare emergono parallelismi tra il personaggio e la vita di chi lo interpreta. Senza estremizzare troppo la retorica dell’arte come riscatto e redenzione dalle brutture carcerarie e dalla vita sregolata; si vede della meta-arte, ognuno in questo film deve (ri)costruire qualcosa, anche gli stessi registi.
I Taviani lasciano campo libero a Shakespeare e al corpo a corpo che i detenuti ingaggiano con il testo, appropriandosene, cambiandolo, se necessario stravolgendo qualcosa. Le facce e i corpi e le voci dei carcerati si prestano a meraviglia a questa tragedia tutta maschile del potere, dell’ambizione, del tradimento, della virilità offesa o orgogliosamente esibita.
Se quest´opera rappresentata diventa per i detenuti un'affermazione umana del proprio io, per Paolo e Vittorio Taviani è una scossa devastante che riescono a concretizzare in un film distante da ogni altro sguardo possibile. Entrano in punta di piedi in questa realtà (coadiuvati magistralmente anche dal regista teatrale) e la colgono in presa diretta, lasciandosi trasportare e trasportandoci.




