☢ L'isola di Nero - Puntata #5
"L'Isola di Nero" è un romanzo on-line a puntate ambientato in un futuro non troppo lontano dove internet ha divorato le vite dei terrestri.
La gente vive chiusa nei propri appartamenti e fa tutto attraverso il computer. L'economia, la politica, la cultura mondiale sono in mano ad una elite di potenti uomini d'affari che gestiscono i siti più importanti della rete.
Le strade e le città sono deserte, apocalittiche poiché minacciate dai SENZAWEB, criminali spietati che hanno perso tutto per colpa di internet e che oggi sono disposti ad ogni cosa pur di potersi connettere qualche minuto.
Nero è l'hacker più temuto di tutti i tempi: voleva cambiare le cose ma oggi vive esiliato in Groenlandia, con la sua gente; per molti rappresenta ancora l'ultima speranza.
► Testi: Lucio Laugelli
► Illustrazioni: Riccardo Di Stefano
◼ Esce il lunedì
(Leggi la puntata precedente cliccando qui)
Il giorno delle scelte era giunto.
Spesso gli incontri notturni non portavano a nulla. Si parlava, si stava insieme senza arrivare per forza a qualcosa. Cinema, musica, letteratura, sport, attualità: non c’erano argomenti tabù. Ai ragazzi bastava non starsene soli in casa ad ammuffire su qualche PC e quelle poche ore, ogni settimana, erano una scappatoia notevole dalle loro vite.
Finché Jacque, qualche settimana prima, non spuntò fuori con una cosa pazzesca.
Il giovane padrone di casa era figlio di due webmaster piuttosto noti e confermava, ogni giorno di più, l’odio per la posizione e per il lavoro dei suoi genitori: i rapporti conflittuali e le continue litigate l’avevano spinto ad andarsene a stare da solo. Per la sua famiglia, che aveva origini parigine, non fu difficile trovargli un appartamento e mantenere quel figlio ingrato; pur di non continuare ad averlo tra i piedi tutto il giorno e vederlo imbastire discorsi anarchici sputando nel piatto in cui mangiava sarebbero stati disposti a qualunque spesa.
Jacque era cresciuto in un ambiente ricco, i suoi avevano amicizie molto potenti e il giovane avrebbe potuto fare quello che voleva nell’ambito di internet: ma le cose non andarono così; lasciò a metà l’università e si dimostrò un dispiacere per tutti i parenti.
Il miglior amico di Jacque però trucco le carte.
Pietro Melli, così si chiamava, aveva dimostrato le sue grandi doti di bambino prodigio prima e di cervellone in seguito. Mentre Jacque era stato bocciato al Liceo l’amico aveva terminato un anno in anticipo: poi era entrato in aeronautica; era bello, aitante, intelligente e muscoloso. Con una mentalità molto rigida e matematica aveva presto dato soddisfazioni ai suoi superiori e ora, all’età di 28 anni, era un ufficiale apprezzato e con il passare del tempo, tutti ci avrebbero puntato sopra, sarebbe diventato un nome importante.
Jacque soffriva fin da bambino per questo complesso di inferiorità: nonostante Pietro fosse molto corretto e non si dimostrasse mai antipatico o saccente nei confronti dell’amico era frustrante, per il ragazzo di origini francesi, vedere questo coetaneo deliziare i genitori, con le sue esibizioni al violino, al termine delle cene. Anche per queste motivazioni, da quando Pietro, finite le superiori, era entrato in aviazione i contatti si erano prima diradati e poi quasi del tutto persi.
Ma tramite uno scambio di mail, da qualche mese, i due avevano ripreso a sentirsi e addirittura a vedersi.
Furono solo due incontri: Pietro, in entrambi in casi, raggiunse il bell’appartamento dell’amico.
La prima volta furono un paio d’ore di chiacchiere. Aggiornamenti, qualche pettegolezzo. I due non erano cambiati manco un po’: recitavano sempre gli stessi ruoli. Jacque era l’arrabbiato, schifato dal sistema e rinunciatario. Pietro quello che credeva nel proprio lavoro, nella propria patria. Uno era laureato l’altro no. Uno guadagnava molti soldi ogni mensilità, l’altro campava grazie ai soldi di famiglia. La loro amicizia che sembrava essersi persa stava rivenendo a galla, piano piano. Pietro era entusiasta di tutto ciò e anche l’amico, che un po’ lo nascondeva, provava un sincero piacere nel recuperare i rapporti.
L’ufficiale Melli chiedeva spesso a Jacque, per mail prima e a voce dopo, di mettere da parte un po’ di orgoglio e di farsi trovare un buon impiego dai suoi vecchi. Se così avesse fatto avrebbe potuto cambiare la propria vita, guadagnare, ergersi dalla maggioranza della gente che ormai popolava la terra: se i più erano SENZAWEB, gente disperata e senza un tetto, gli altri erano individui mediocri che lottavano per far quadrare i bilanci delle proprie esistenze e non finire per strada. Quasi tutti erano sfruttati e lavoravano in condizioni pessime, molte ore al giorno, ma Jacque non voleva accomodarsi nei salotti bene e fare parte attivamente di quella piccola percentuale rimasta ricca sulla terra.
Poi accadde.
Il secondo incontro si stava per concludere quando Pietro fece un atto d’amicizia enorme nei confronti del suo amico fallito: Jacque e se ti portassi via di qui?
Subito non aveva capito.
Poi l’incontro tra i due si protrasse per un’ora in più del previsto.
Jacque era a bocca aperta. Non credeva alla proposta dell’amico.
Gli sembrava qualcosa di impossibile e inaccettabile per un uomo integro, nel bel mezzo della sua carriera com’era Pietro Melli: invece era così.
Io posso regalarti una vita nuova.
Jacque aveva parlato dei suoi amici. Del suo gruppo su internet.
Pietro ci pensò qualche giorno e poi, in codice, tramite mail, fece sapere all’amico che andava bene, che poteva portare con sé anche i suoi amici. Anche se il tutto rendeva le cose più complesse.
L’ufficiale era sempre stato così sicuro di sé che era certo, anche quella volta, di fare una cosa giusta senza rischiare di essere minimamente scoperto.
Aveva passato una vita a rispettare tutte le regole che gli erano state imposte.
Era stato un bravo figlio, un bravo fidanzato, un bravo alunno e ora era un bravo soldato; ma era convinto che, anche se fosse andato contro la legge e la sua morale, quel gesto non sarebbe stato affatto scambiato, dal padre eterno in cui credeva fervidamente, per qualcosa di sbagliato, di peccaminoso. Anzi era una buona azione.
Eccome se lo era.
Così Jacque Brenol, una volta avuta la conferma definitiva dall’amico, confidò, il mercoledì successivo ai suoi amici, la notizia incredibile.
Possiamo andare tutti nell’isola di Nero.
Tutto subito era stato preso come una scemata, uno scherzo neanche troppo simpatico.
Poi Jacque si schiarì la voce e, in modo limpido e sincero, spiegò tutto agli amici.
Raccontò dell’ufficiale Pietro Melli, il suo migliore amico. Raccontò delle sue famiglie, del suo lavoro, raccontò del loro rapporto. Poi parlò della proposta che gli aveva fatto sulla porta di casa solo qualche giorno prima.
Tre mesi dopo Pietro avrebbe preso il suo Jumbo767 e con il secondo pilota, sottoufficiale Frasconi, avrebbe fatto quello che a turno, tutti i membri del suo reparto, facevano una volta all’anno: giro di ricognizione nell’isola di Nero. Era una missione lineare e semplice, di routine, che a turno svolgevano tutti.
Per capire, bisogna però spiegare prima cosa sia l’isola in questione.
La Groenlandia aveva cessato di chiamarsi in questo modo quando, dieci anni prima, Nero (hacker leggendario, il più famoso delle ultime decadi) era scappato dall’Europa per fuggire dalle autorità che lo ricercavano e si era nascosto appunto nell’isola più grande del mondo.
Ogni giorno il fuggitivo Nero (soprannome di cui si era perso il significato e che negli anni aveva sostituito del tutto il suo vero nome, ignoto ai più) veniva ospitato dalla gente locale che lo nascose nei pertugi delle proprie abitazioni, volta dopo volta, per salvaguardare una delle più grandi menti sabotatrici di sempre. Il simbolo degli oppressi, una sorta di santone per la gente comune. I senza web lo idolatravano, i cittadini comuni pure.
Dopo due mesi di rastrellamenti da parte della polizia internazionale si optò per una linea rigida: doveva pagare per tutto questo non solo Nero ma anche tutta la gente che lo nascondeva. Il G9, riunitosi per l’occasione, commissionò l’isolamento della Groenlandia: le drastiche misure furono adottate da subito e le fonti di energia vennero sabotate dall’esercito danese quanto prima. Venne data l’ultima possibilità agli abitanti dell’isola ma Nero non saltò fuori neppure in quelle circostanze così drastiche; la gente di lì preferiva essere esclusa dal mondo e tornare a vivere come avevano fatto i loro avi qualche secolo prima pur di dare in pasto alle forze dell’ordine l’hacker.
Si procedette.
Niente energia, quindi nessuna fonte di riscaldamento o di luce ma soprattutto niente internet. E in quegli anni, non avere internet, voleva dire essere tagliati fuori dal mondo: la più grande isola del globo era state esclusa dalla Terra.
La gente non aveva voluto consegnare una delle menti più geniali e pericolose di sempre? Bene, loro gliela avrebbero lasciata, prendendosi tutto il resto.
Quasi da subito, nel resto del pianeta, la Groenlandia venne risoprannominata dai più l’Isola di Nero. L’esercito e i governi avevano chiuso - sia in entrata che in uscita - ogni sorta di collegamento aereo o navale con quel pezzo di ghiaccio. La gente di lì viveva senza sapere niente di quel che accadeva ogni giorno, in Europa, in America o in qualunque altra nazione o angolo di mondo. Il riscaldamento e l’illuminazione erano regressi a stadi primitivi.
Gli altri cittadini del mondo fantasticavano su come quella comunità andasse avanti, in quelle condizioni. Si diceva che l’unica realtà sana e autentica fosse proprio quel luogo così lontano: almeno lì la gente non chattava ma parlava; le persone non si conoscevano attraverso i social net-work ma interagivano direttamente come un tempo. Tutto aveva i meccanismi genuini che il web aveva disintegrato. Tutto era differente.
Moltissime persone sognavano di scappare in quello che, se all’inizio era visto come un potenziale inferno, ora si era trasformato, per i più, in un paradiso in grado di poter cambiare la vita a chi lo avrebbe abitato.
Ma raggiungere l’isola di Nero era impossibile.
Gli unici a cui era permesso sorvolare e monitorare la situazione dell’ex Groenlandia erano gli uomini dell’aviazione e della marina degli stati più potenti. L’Italia era uno di quelli e mandava i suoi soldati, con regolarità, a controllare la situazione degli esiliati, via mare e via aria. Erano per lo più missioni di ricognizione, veloci, quasi mai gli aerei atterravano o le navi attraccavano all’isola: si vegliava dall’alto o dal largo delle coste che tutto procedesse come era stato calcolato.
L’ufficiale Pietro Melli era incaricato, come altri suoi compagni di reparto, di effettuare i controlli del caso, anche quella volta. Toccava a lui e al suo fedele compagno, il già citato sottoufficiale Frasconi, volare verso la Groenlandia in quel periodo.
Melli godeva grande stima presso tutti i suoi colleghi, superiori e sottoposti, e non gli sarebbe stato difficile, informando dei fatti anche Frasconi, trasportare in maniera abusiva e segreta un piccolo gruppo di persone nel suo aereo. Arrivati sul posto avrebbe improvvisato un atterraggio sulla vecchia pista di Nuuk (il capoluogo e centro abitato più grande) giustificandolo con il suo comando come un atterraggio di emergenza dovuto al pessimo clima. Poi sarebbe subito ripartito diretto in Italia.
Certo una percentuale di rischio c’era: poteva benissimo rovinarsi la carriera e finire in galera ma si sentiva che non sarebbe andata così.
L’attesa, per il gruppo di Zari, era terminata. Si doveva decidere cosa fare: se cambiare realmente la propria vita troncando per sempre ogni rapporto con i propri familiari e con internet o se lasciare che tutto proseguisse come prima, nella stessa maniera.
Il rischio era notevole: non sapevano a che cosa sarebbero andati in contro, una volta giunti nell’isola; nessuno aveva testimonianze di nessun tipo riguardo la vita che conducevano gli esiliati in Groenlandia. E comunque non era detto che prima, il loro viaggio clandestino, sarebbe andato completamente come previsto: potevano essere sorpresi, prima o dopo, ed essere giustiziati. Se qualcosa fosse andato storto l’amico di Jacque avrebbe perso il lavoro: loro otto la vita.
Senza contare che non avevano una minima idea di come gli autoctoni avrebbero accolto il loro eventuale arrivo. Era una scelta troppo definitiva per essere presa in un mese di tempo ma, tant’è, i giorni a disposizione per riflettere erano finiti.
Diego Dean non ci aveva pensato su più di tanto: era certo sul da farsi. Sin da quando Jacque aveva rivelato l’eclatante proposta il giovane aveva votato per lasciare la casa dove stagnava da anni anche se forte sarebbe stato il dolore dovuto all’addio obbligato con sua madre: ma non poteva rovinarsi la vita per questo limite materno; era una scelta molto drastica ma in cui credeva fermamente. Era anche certo che la sua stessa genitrice si sarebbe comportata analogamente al posto suo. Le avrebbe scritto una lunga lettera dove, commosso, avrebbe come stavano le cose e poi avrebbe votato per partire attendendo le decisioni dei suoi amici.
Pure Jacque non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle quell’esistenza stantia che l’aveva collocato in una famiglia che non sopportava, in una posizione invidiata che tanto lo ripugnava.
Zari avrebbe scelto in base a Giulia: era ormai in totale balia della ragazza.
E Giulia, nonostante fosse la più giovane, fu tra le prime ad esprimere il suo consenso: voleva sfruttare le sue doti intellettive in maniera diversa da quello che l’aspettava e aveva lo spettro di suo fratello maggiore: un programmatore, tra i più bravi della sua città, senza una vita sociale, senza una donna o un amico ma perennemente piegato sulla sua tastiera a lavorare. Due cervelli in famiglia di cui uno era già andato a scatafascio: sfruttato da qualche web agency che lo pagava bene ma lo caricava anche di molto lavoro non permettendogli di fare altro dei suoi giorni; lei non avrebbe fatto una fine analoga, avrebbe usato la sua materia grigia in modo diverso e non le dispiaceva per niente avere l’occasione di vivere un’altra vita. Per quanto fosse irreversibile la sua scelta avrebbe detto di si.
Sara era diventata ancora più vorace negli ultimi tempi: la fame compulsiva la stava facendo ingrassare ulteriormente. Era certa di voler scappare, ma allo stesso tempo la paura folle che la caratterizzava la bloccava: non voleva essere scoperta per poi finire uccisa, il pensiero la terrorizzava. Arrivò poi anche il suo momento: e pure lei dovette esprimersi riguardo al da farsi; molto combattuta e indecisa avrebbe raggiunto l’isola di Nero, non completamente certa di aver preso una decisione intelligente.
I fratelli Bordone erano sicuri di non voler fare tutta la vita gli operai. Il loro impiego era il meno pagato e il più pesante. Erano stufi del magazzino che li imprigionava ogni mese: ormai le settimane e gli anni erano diventati tutti uguali; Gianluca e Paolo volevano volare via da lì. Assolutamente.
Se ultimamente Zari viveva in funzione di Giulia, non si può dire che Diego, non aspettasse, con somma apprensione e angoscia, la scelta di Astrid: il solo pensiero di doversi separare da lei e non sentire più il profumo dei suoi capelli lo distruggeva; un futuro senza la sua voce, senza le sue considerazioni, non aveva senso. Astrid fu l’ultima ad esprimere il proprio parere.
E anche lei decise di scappare.
Nessuno degli otto si era tirato indietro.
Sarebbero rimasti insieme verso quella scelta che avrebbe, in ogni caso, segnato le loro esistenze per sempre.
L’ufficiale Pietro Melli, nei giorni successivi, incontrò Jacque altre due volte nella sua abitazione. Gli fornì tutti i dettagli della fuga; aveva studiato ogni cosa calcolando i particolari sia che avessero a che fare con gli orari di partenza e di arrivo sia che c’entrassero con i tempi di tragitto o con i controlli in cui avrebbero potuto incappare. Non voleva lasciare nulla al caso. Si era fatto dare tutti i dati delle persone che avrebbe trasportato e controllò tutto quel che poté degli otto amici di Jacque; il secondo pilota Frasconi si fece pagare molto per tenere la bocca chiusa ma era certo, che una volta ottenuto il denaro, il sottoufficiale non avrebbe detto mai una parola, era un uomo venale, ma non un infame.
Il gruppo avrebbe dovuto trovarsi all’alba, intorno alle cinque, all’imbocco del garage sotterraneo, di fronte casa di Jacque. Melli sarebbe venuto a prenderli un quarto d’ora dopo; il loro bagaglio (che doveva essere maneggevole e non pesare più di otto chilogrammi) sarebbe stato sistemato, nel retro del suo minivan che li avrebbe trasportati fino all’aeroporto militare
Poi, a scanso di imprevisti, sarebbero partiti per l’isola di Nero.




