Foto di scena © Laurent Philippe

Attends, Attends, Attends… (Pour Mon Père) – Jan Fabre

L’evocazione è la chiave.
Cédric Charron è protagonista, solo, e ispirazione di questa messa in scena panica e lieve tutta giocata sulla dilatazione e sulla valorizzazione del fattore temporale.

Un figlio, Cédric, parla al padre, percepito sempre “in lontananza, di spalle”; cerca di sciogliere il nodo di incomprensione che domina la relazione padre-figlio: l’affermazione di sé stesso si sviluppa così nella danza, elaborando attraverso il proprio corpo il dolore di non essere accettato. Un conflitto lontanissimo che porta con sé il peso di archetipi teatrali come Edipo e Amleto eppure assolutamente nuovo perché Jan Fabre – testo, regia e coreografia – costruisce una performance serrata sulla personalità artistica ed emotiva di Charron (una collaborazione lunga quindici anni), Caronte versatile, umano e bestiale, che attraversa un fumoso stige e impone a tutti di rimanere sospesi, di temporeggiare.

“Attendere è un rituale nella creazione”, e sin dall’incipit sono chiari i tempi dilatati, del tutto sproporzionati e proprio per questo ricchi di interrogativi: un buio avvolgente si protrae fino all’apparizione lenta ed enigmatica della figura di Cédric, vestito in abito rosso, cappello e asta che assume significanti diversi a seconda del racconto poetico riportato allo spettatore, prendendo forma attraverso movimenti contratti e sinuosi, parole leggere eppure durissime e la musica ipnotica di Tom Tiest.

L’asta diventa un remo, un’arma con cui infilzarsi, un compasso espressivo attraverso cui descrivere e delimitare, insieme al corpo, lo spazio attorno a sé. La scena, disegnata da luci (Fabre, Geert Van der Auwera) che valorizzano una fisicità animalesca, è costantemente riempita da un denso fumo che evoca lo Stige attraversato da questo insolito Caronte, lo stesso fumo che diviene poi elemento imprescindibile del racconto, compagno inafferrabile col quale creare un passo a due scandito da ampi movimenti di braccia e continue cadute. Non è dunque l’ambiente a determinare la persona, ma Cèdric stesso a dipingere e disegnare lo spazio con la sua danza.

Le monete del traghettatore, allora, vengono poste sugli occhi, sul petto, sulla fronte, sulla bocca, sugli occhi e sui piedi del padre come una chiave per varcare questo paesaggio dantesco che rispecchia il dramma di una relazione incompresa da entrambe le parti, in conflitto perché inespressa. Una presa di posizione, quella di rivolgersi al padre, che è innanzitutto affermazione della propria identità; un’accettazione, mai patetica, totalmente basata sul dispiegamento del sé, sulla rivelazione della propria natura, soprattutto nell’attesa, nella sospensione, in Cédric stesso. Come recitano le parole scritte da Fabre: questa è “l’arte di prendermi il mio tempo”, di “errare con passi esitanti” e di affermare la propria persona manifestando un amor vacui coraggiosissimo.

Fabre, dunque, ci offre un Don Chisciotte che danza con i mulini a vento mentre pronuncia una frase che appare come l’epitaffio della modernità: “Io vivo per percepire l’eleganza dell’inutile”.

Teatro Kismet OperA, Bari – 27 gennaio 2015

In apertura: Foto di scena © Laurent Philippe