nanni moretti habemus papam

Nanni Moretti

100 registi (e tantissimi film) che migliorano una vita

La carriera di Nanni Moretti si articola su un labile confine, una permeabile cortina di ferro tesa tra privato e politico, tra il particolare dell’intimità personale e famigliare e l’universale della socialità condivisa in quanto italiano, uomo di sinistra, intellettuale. Carriera che attraverso undici film ha segnato profondamente il nostro immaginario, mettendo in scena in maniera sempre libera, personale, idiosincratica le nevrosi e le povertà del nostro Paese, condensati in motti fulminanti e sequenze diventate quasi luoghi comuni, episodi di una mitologia intellettuale: dal “faccio cose vedo gente” alla Sachertorte, il colossale barattolo di Nutella e le parole che “sono importanti”, il ballo e la Vespa.

Bianca, Nanni Moretti, 1984

Bianca, Nanni Moretti, 1984

Esordi autarchici negli anni Settanta dell’impegno politico in super8, il primo lungometraggio Io sono un autarchico che dai cineforum romani raggiunge notorietà nazionale, seguito da Ecce Bombo: ritratti generazionali spietati e fulminanti, indipendenti sempre, nella produzione e nel pensiero. Indipendenza che rende insopportabili i panni scomodi di portavoce di una generazione, suscitando per reazione l’acre, arrabbiato, ambizioso e sovrabbondante Sogni d’oro, dichiarazione di libertà espressiva che vince il Leone d’Argento a Venezia. Filo conduttore l’alter ego Michele Apicella, il personaggio-Moretti protagonista di quasi tutti i primi film. Gli anni Ottanta restano segnati a fuoco da Bianca, commedia dai toni noir in cui tutte le nevrosi di Apicella-Moretti esplodono violentemente nella non-integrazione sociale e sentimentale dell’autarchico.

Palombella rossa, Nanni Moretti, 1989

Palombella rossa, Nanni Moretti, 1989

Opera spartiacque, vera prova di maturità, capolavoro forse insuperato, è Palombella rossa: la piscina come agone della memoria e della personalità del Michele politico in crisi d’identità come tutta la sinistra italiana al tramonto del PCI, luogo di ritrovamento di un terreno solido da cui ripartire, scavalcare a palombella il pantano di un mondo che parla male, pensa male e vive male. Caro diario porta in scena e mette a nudo come mai prima il privato personale di Moretti, che abbandona la maschera Apicella e prende il centro del palcoscenico, diventando carne della sua rappresentazione. Aprile è summa e tramonto di questa fase, in cui l’attesa del primo figlio si collega alle speranze, deluse, in un rinnovamento politico.

Il nuovo millennio è inaugurato dal trionfo a Cannes con La stanza del figlio, opera potente e rigorosa, forse la meno “morettiana” di sempre, preziosa riflessione sul dolore e la perdita. Negli ultimi anni Moretti fa un passo indietro, lascia il centro della scena per allargare il quadro, universalizzare il discorso filmico puntando la lente d’ingrandimento sul potere e la sua rappresentazione con due film di altissimo valore come Il caimano e Habemus Papam.