Foto di scena ©Manuela Giusto

La perversione della mortalità

Debutta all'Orologio 'Yesus Christo Vogue' di Vuccirìa

 Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si ravvide dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; e non si ravvide dagli omicidi, né dalle stregonerie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie.
Apocalisse di Giovanni  IX, 20-21

Percorrendo il corridoio d’accesso alla Sala Orfeo dell’Orologio si avverte la sensazione di essere finiti nel prologo di una Bibbia sovvertita, che non si legge ma si guarda: dei vecchi televisori passano in rassegna una sequenza accelerata delle nefandezze del nostro tempo; è come se quelle immagini rigurgitate dalle pareti – che pure ogni giorno infarciscono i notiziari – assumessero di colpo un altro significato: la cupidigia, il desiderio di apparire a tutti i costi, la perversione della violenza e l’odio verso l’esistenza si sono abbattute sulla Terra come un’ apocalisse, causata dall’uomo però, non dalle volontà punitrice di qualche divinità onnipotente.

E infatti, entrando in sala, un’atmosfera nebbiosa e un odore acre – come di zolfo misto a sangue – accolgono il pubblico, che si lascia catturare da una visione, prima ancora di riuscire a prendere posto: in una nicchia sul lato sinistro della sala, giace un corpo deposto, un Cristo sporco e livido (Joele Anastasi), che pare attendere una morte che lo liberi dalla sua, dannata, resurrezione.

D’improvviso, tra una pasticca e un sorso alla bottiglia, questa icona sacra e profanata inizia a proferire il suo verbo: è proprio così, un’apocalisse si è compiuta e gli unici due superstiti, incapaci di vivere come pure di morire, sono condannati a essere “per sempre predisposti all’infelicità e incapaci al suicidio”. Mentre questo Messia monco di profezie guadagna il palcoscenico fino a scomparire sul fondo, ci appare un bosco paludoso  (scene Giulio Villaggio), una natura senza luce in cui un uomo (Enrico Sortino) e una donna (Federica Carruba Toscano) vivono sbranando corvi e sbraitando la loro insofferenza; l’uomo è forse più debole, più sofferente; la donna è rabbiosa, determinata ad affogare nel livore il suo risentimento.

I loro scambi si riducono a monologhi di incomunicabilità, di disperazione, di rabbia, per un presente che non sembra riuscire a trasformarsi né in passato (morte) né in futuro (vita): le loro parole vengono interrotte dalle apparizioni di Cristo che, come loro, è condannato a restare lì, invisibile ma carnale, senza alcuna volontà salvifica; è come se il figlio di Dio, intrappolato dallo stesso uomo che lo inchiodò a un croce, ora non potesse fare altro che rigurgitare messaggi evangelici di fredda constatazione di decadenza.

Poi, passando per un’evoluzione dolorosa che si fa dapprima coreografia dell’oblìo, poi danza della riscoperta, i due esseri umani riusciranno a far ripartire il tempo della vita: l’amore, unica forza che tutto può ripulire, torna a scorrere come acqua che purifica, che concima gli sguardi; alla fine, i due corpi che si spogliano delle paure, si uniscono e in un impeto di liberazione riescono a slegare quel Cristo da copertina, che può finalmente tornare ad essere, smettendo di apparire.

Con Yesus Christo Vogue, Vuccirìa Teatro cambia direzione: se i primi due lavori scritti e diretti da Joele Anastasi consegnavano il particolare del dolore alla riflessione sociale, raccontando la pena di vivere in un mondo che divide e non accoglie, qui quel dolore ha finito per inghiottire tutto, finanche l’idea del divino. L’impatto visivo dello spettacolo è potente, il linguaggio formale della regia che misura  luci, video e suoni modulandoli ai corpi sempre vibranti degli attori si è certamente evoluto, ma la parola, la drammaturgia, sembra risentirne: le incursioni ridondanti dei messaggi di Cristo, i dialoghi sofferti fra l’uomo e la donna, i comandamenti del dolore impressi in video rendono lo spettatore – forse volutamente – passivo, costretto alla fatica della rincorsa alla comprensione.

Resta il fatto che quel diluvio universale carico di ipocrisie, cupidigia e violenza sta – adesso – travolgendo lo spirito santo delle nostre coscienze. Mentre giochiamo ai giubilei della misericordia, stiamo correndo il rischio di ritrovarci, tutti, a dover ripulire dal fango e dalla merda il nostro Dio, tanto per riscoprirci ancora capaci di fede.

Letture consigliate:
• Battuage – Joele Anastasi, di Adriano Sgobba
• Apologia poetica del trash: il Vangelo secondo Delbono, di Giulio Sonno
• Lourdes o della fede nel peccato: l’ironia cattolica di Cosentino/Ricci, di Adriano Sgobba
• Contro il feticismo della fede: ‘Io Sono non amore’ della Società dello Spettacolo, di Giulio Sonno

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 18 marzo 2016