Foto di scena ©Manuela Giusto

Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso – BluTeatro

Westward the Course of the Empire Takes Its Way, così si intitola un quadro di Emanuel Leutze (guarda qui) che si trova all’interno del Congresso degli Stati Uniti, a Washington. Un’opera ottocentesca, celebrativa della giovane nazione, di cui ne canta le magnifiche sorti e progressive, immortalando i pionieri in viaggio verso l’Ovest, immersi nella wilderness del continente-limite, proiettato in un orizzonte di conquista, di conoscenza, di civilizzazione. Un’icona identitaria. Non a caso quindi David Foster Wallace scelse quel titolo per uno dei racconti lunghi contenuti nella sua prima raccolta, La ragazza dai capelli strani, andata in stampa nel 1989. Alla fine degli Ottanta, il momento di massima opulenza del sistema americano, alla vigilia della spensierata quanto effimera vacanza dalla storia dei Novanta, Wallace ne mette alla berlina le paure e i desideri, gli infantilismi, i tic linguistici e letterariamente, l’ironia che «si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù».

Anche alcuni dei protagonisti di Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso, adattato e portato in scena al Teatro dell’Orologio dalla compagnia Bluteatro, sono in viaggio verso Ovest. Non certo l’Ovest della frontiera ma il Midwest dei campi di granturco, l’Illinois in cui crebbe l’autore giocando a tennis sotto la minaccia dei tornado. Da qualche parte, in mezzo all’orizzonte sterminato della profonda America rurale, si sta per celebrare “La riunione”, un evento che richiama le migliaia di persone che negli anni hanno fatto da testimonial per McDonald’s e li raduna ora tutti assieme per girare lo spot definitivo, la meta-narrazione decisiva della multinazionale. Due scrittori postmoderni, un attore fallito, una vecchia hostess sono in viaggio. Ad attenderli il genio pubblicitario dietro l’operazione e il di lui figlio, impiegato come Ronald McDonald, con tanto di parrucca e naso rossi d’ordinanza.

Sulla scena dell’Orologio la compagnia appare in tutta la sua forza straniante, le figure sovraccaricate di tratti espressionistici, la recitazione volutamente sopra le righe, i movimenti frenetici, ingigantiti, sottolineati. Fare teatro con Wallace, d’altronde, è difficile. Si potrebbe dire che la sua formidabile abilità tecnica unita alla vertiginosa densità del suo pensiero abbia aggiunto dimensioni alla scrittura. I testi, sulla pagina come sul palco, diventano sistemi complessi – più complessi del solito –, i significati si gonfiano in una ricorsività che, unita alla tendenza dell’autore alla nota, alla meta scrittura, alla riflessione sui propri atti linguistici nel momento stesso in cui avvengono, può dare l’impressione che il testo “si parli addosso”. Questo fa sì che chi va in scena debba sdoppiare la sua performance, recitare i dialoghi – che sono tutt’altro che la base su cui costruiva le sue opere Wallace – e insieme le didascalie dei propri personaggi. Non solo raccontare e interpretare attraverso l’atto scenico, ma raccontare e interpretare il proprio stesso essere in scena, il personaggio e il suo vissuto.

Una sfida temeraria quindi per attori, regista, per chi deve ridurre e adattare il testo di uno dei meno trasponibili narratori contemporanei. Di Wallace molti hanno sottolineato la visionarietà e l’aura profetica: mettendo in scena un testo già molto distante da noi nel tempo ma soprattutto nella temperie – quanto lontani sono i patinati anni dell’edonismo reaganiano – occorre stare attenti a cogliere quelle persistenze e omologie, riconoscere come tanto di quella realtà superficialmente lontana sia invece ancora presente nel nostro quotidiano. Ed ecco che allora ciò che resta – che attraversa l’opera dell’autore fino alla fine, a quel monumento incompiuto alla noia che è Il re pallido – è la disperante necessità di comprensione, di empatia, di trovare un proprio posto nel mondo, degli stravolti eroi di Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso.

Sala Orfeo, Teatro dell’Orologio, Roma – 2 dicembre 2014