Foto di scena ©Massimo Di Michele

Scritto apposta per me – Massimo Di Michele | Aldo Nicolaj

Sulla scena del Teatro dell’Orologio Giulia Sottana Corta (Giada Prandi) ci accoglie in sottoveste. Sul palco tre valigie e un appendiabiti. Un grosso gatto di peluche. Non è una gran giornata per lei. Scritto apposta per me è quel che Giulia, attrice e madre dalla precaria carriera, in attesa di un provino che le concederebbe almeno una stagione di tranquillità professionale ed economica, vorrebbe tanto avere per le mani. Un bel monologo, scritto da una penna in ascesa, che esalti le sue doti d’attrice, che lanci finalmente una carriera che attraversa acque limacciose, scantinati umidi, concorrenti “un po’ mignotte”.

La precarietà è una categoria che ormai tracima ambienti e titoli, arti e mestieri. Uno stato mentale contemporaneo. È facile dirlo, pure troppo forse, ma è ben più difficile contraddirlo. Così il monologo scritto apposta per Giada Prandi è tutto costruito su questa condizione. Presa in una camera d’albergo a studiare la parte e l’abito per il provino, la nostra attrice si mette a nudo, dà sfogo alla nevrosi, alle gelosie, agli scazzi, alla paura della vecchiaia, del dimenticatoio, delle corna. Non c’è insistita ricerca dello psicodramma, né piatto accumulo da cahiers de doléance, c’è, semmai, umana e ironica ricerca di consonanza – di comprensione, di condivisione di una risata, di un’allusione a un comune mondo.

Il testo di Aldo Nicolaj infatti poggia su due solidi piedistalli. Da un lato, per l’appunto, la comune e trasversale condizione di precarietà, capace di essere ben compresa da tantissimi di coloro che si affacciano allo spettacolo. Dall’altro, anch’esso ben noto al pubblico, il mondo del teatro italiano: i nomi storpiati di qualche critico, il riferimento ai registi-star (“quello è troppo di parola”, “quella mena”), le battute sulla frequenza in cui un’attrice rischia di essere rimorchiata, o di rimorchiare. Tutto filtrato ed espresso dalla presenza scenica di Giada Prandi, unica attrice, perfettamente in parte, capace di essere “fisica” come il personaggio dice di essere e insieme di variare i toni, di far vibrare le corde dell’ironia che rimbalza, come in una partita di tennis, dalle sedie al palco, tra lo strizzare l’occhio del testo e il sorriso complice del pubblico.

Lo spettacolo, come detto, ha solide basi; che in tempi di precarietà, è cosa tutto sommato invidiabile. Ma forse tali basi così ben radicate al terreno della simpatia con il proprio pubblico se assicurano la riuscita, pregiudicano il rischio, lo scarto dalla norma, il vibrare di un accento insolito. Un po’ meno equilibrio nella scrittura, forse, avrebbe spinto a una maggiore simbiosi, così da farci sentire anche noi, seduti comodi al buio, traballanti su una precaria stele di trolley.

Teatro dell’Orologio, Roma – 28 gennaio 2015

In apertura: Foto di scena ©Massimo Di Michele