Live_8_2005

Quando la musica suona per la beneficenza

Era l'agosto del 1971: George Harrison, il terzo “Beatle”, ebbe l'idea che la musica non fosse solo in grado di raccontare, denunciare, fare tendenza (come successe per Woodstock), ma che potesse anche incidere, in modo particolarmente efficace, sulla realtà. Si decise di organizzare un festival che da lì a qualche anno a seguire avrebbe cambiato completamente l’idea e il modo di fare concerti.

Al Madison Square Garden di New York venne organizzato “The Concert for BanglaDesh”, scritto proprio così. 40mila persone, due sessioni musicali, un incasso che per i tempi presi in considerazione risultò pazzesco; contando anche e soprattutto i vari film, dischi, vinili, dvd, rimasterizzazioni pubblicati negli anni. Il concerto fu organizzato insieme a Ravi Shankar, musicista indiano sensibile alle triste vicende del popolo asiatico. Sul palco salirono i più grandi artisti del tempo: da Bob Dylan a Eric Clapton. Avrebbero dovuto partecipare anche gli altri Beatles, ma sia Paul McCarteny che John Lennon declinarono l'invito: quest'ultimo si rifiutò quando l'ex amico Harrison disse che Yoko Ono non sarebbe mai salita su quel palco. Nonostante ciò il successo fu strepitoso ed ora che siamo al quarantesimo anniversario iTunes ha deciso di far uscire una nuova versione del concerto; il ricavato andrà ovviamente in beneficenza. Non per altro George Harrison inventò, in tutti i sensi, il primo concerto di beneficenza della storia. Quindici anni dopo, calcando la stessa onda, venne organizzato, contro la carestia in Etiopia, il Live Aid, tenutosi allo stesso momento in circa dieci località sparse per il mondo: Bob Geldof, Bono, Sting, Paul McCartney, Phil Collins, David Bowie, The Who, Santana, Black Sabbath, Brian Ferry, JudasPriest, Queen, Neil Young, Elton John, Wham, Spandau, Joan Baez, Led Zeppelin e moltissimi altri gli artisti che resero possibile questo successo. Vent’anni dopo ancora Bob Geldof organizzò una serie di concerti nei paesi del G8, chiamandoli Live 8.

Nel 1985 fu la volta di U.S.A. for Africa.
Questa volta tocca a Micheal Jackson riunire i musicisti: alla fine saranno 47 a cantare “We are the world”. Joey Tempest, leader degli Europe, nello stesso periodo, scrisse “Give a Helpin’ Hand” insieme ai più grandi artisti scandinavi. Anche noi in Italia abbiamo avuto qualcosa di simile: in seguito al disastroso terremoto a L'Aquila i maggiori artisti italiani guidati da Mauro Pagani, autore del testo, scrissero “Domani 21/04/09”. Il singolo venne suonato e pubblicato per raccogliere fondi. Nella storia di queste manifestazioni proprio i “fondi” sono stati molte volte oggetto di scandalo e problemi. Lo stesso Harrison dovette affrontare pesanti critiche in quanto venne accusato di essersi portato a casa una buona fetta dell'incasso guadagnato dal festival. Il musicista ne soffrì particolarmente e per molto tempo il fisco americano bloccò, fino al 1981, molta parte dei proventi. Questa poca fede venne prontamente manifestata anche nei confronti di Bob Geldof durante l'organizzazione dei concerti sopra citati.

Il rischio di eccessiva retorica è comprensibile, ma è anche sbagliato accusare a priori l'operato di una persona che fa tutto ciò per beneficenza. Possiamo però affermare, per esempio, che sono stati più i soldi guadagnati dagli artisti di “U.S.A for Africa” che quelli che hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei popoli del terzo mondo. Anche per l'Abruzzo ci furono non poche polemiche, etiche ed economiche. Forse invidiosi, forse saccenti, o forse a ragione chi ha criticato tutto ciò non ha capito una cosa: la musica forse è l'unica cosa in grado di unire tutti e la sola politica in grado di dare, con la sua sensibilità, una scossa significativa a problematiche che troppe volte non vengono prese in considerazione come dovrebbero. Questo è la storia a dirlo.