Foto di scena ©Angelo Maggio

Noosfera Museum – Roberto Latini

Qual è la forma di un pensiero? Lo si può vedere? Si può entrare al suo interno?

A chiudere la stagione di Dominio Pubblico (rassegna sperimentale nata dalla collaborazione congiunta dei teatri capitolini Argot Studio e Orologio) giunge Noosfera Museum; ed è curioso che il verbo sia proprio questo: chiudere. Già perché in scena, ancor prima che gli spettatori prendano posto, siede un uomo con indosso una giacca cosparsa di innumerevoli chiavi, chiavi che brillano e tintinnano nel chiarore dell’attesa.

Noosfera Museum, ovvero “museo del mondo del pensiero”, esposizione della coscienza collettiva: fiera dell’invisibile. Non ha alcun senso, in realtà, descrivere cosa accada concretamente in scena, giacché il vero spettacolo è quello che appare per sottrazione, ciò che si mostra per assenza. È come un «giro del giorno in ottanta mondi» (avrebbe detto Cortàzar); e ogni mondo è una dimensione, o meglio una porta dalla quale non si può entrare perché troppe sono le chiavi che la potrebbero aprire.

L’uomo in scena, infatti, appare come uno sventurato guardiano kafkiano che ci costringe ad intuire – perché mostrare sarebbe affermare – il vuoto che si cela dietro ogni mistero, o – a voler essere grossolanamente espliciti – l’assenza di significato che sottende l’esistenza umana. Così «amore» diventa una parola impronunciabile che fa grondare sangue dalla bocca, «verità» un tesoro nascosto talmente bene da non ricordarne più la posizione, «altro» la proiezione schizofrenica di un io misconosciuto.

Quella creata da Fortebraccio Teatro è una dimensione parallela incredibilmente ben congegnata (musiche originali Gianluca Misiti, disegno luci Max Mugnai) che non si affida semplicemente alla fantasia degli spettatori ma che con le sue atmosfere rarefatte e suggestive riesce a trasportarli in questo mondo “noumenico” con tutti e cinque i sensi: dense volute di fumo, luci nebbiose, suoni assordanti, tintinnii scintillanti, e terra che si alza e si spande disegnando i contorni del vuoto.

Grande sciamano di questo spettacolo è Roberto Latini (regista, ideatore e interprete), che dopo Lucignolo e Titanic riesce a trasformare questo terzo movimento dell’idea Noosfera in un vero e proprio rituale magico. E come un camaleontico Don Juan, riaccese le luci in sala, appare davanti a tutti quale semplice uomo; eppure non si può fare a meno di avere l’impressione che in quell’ora d’incantesimo sia stato rivelato un segreto: forse si è davvero riusciti a entrare nel mondo dei pensieri. E senza aver bisogno di aprire alcuna porta.