Camera da ricevere – Teatro delle Albe

La Camera da Ricevere – Teatro delle Albe

Che peso ha la voce? Quando un’immagine varca la soglia del pensare, si affaccia al mondo e attraversandolo comincia a prendere forma indipendente, a esprimersi, ad avere una sua voce. Ma come la fisica racconta, ogni spinta poco a poco esaurisce la propria forza, e così, un istante prima di cadere, essa traccia una linea fra il non-detto e l’inaudito. In questa terra di confine, dove lo spazio non conosce coordinate, sorge La camera da ricevere, uno stanza in cui la voce di Ermanna Montanari torna a far vibrare la storia del Teatro delle Albe.

A due passi dal proscenio, sulla sinistra, ci accoglie un leggio. Questo non è uno spettacolo, sembra sussurrarci nell’attesa, ma un’esplorazione: Montanari, infatti, entra sulla scena come una guida, pronta a rievocare le atmosfere racchiuse nel silenzio di quei semplici oggetti che giacciono su un tavolo poco più in fondo. Ma cosa si nasconde in una calla, in un falcetto o in un paio d’orecchie d’asino?

C’è chi vi riscoprirà le tappe di una carriera teatrale, tracce di spettacoli che hanno segnato l’evoluzione di una delle più originali compagnie di ricerca degli ultimi trent’anni; eppure, nella câmbra da rizévar, il tempo ha poca importanza. La storia, qui, si ricompone secondo altre mappe. Sulla scena del Teatro Due giungono, così, a intrecciarsi itinerari imprevisti, che dal colore duro, sanguigno e magico della terra romagnola ci conducono fin su oltre il cielo, sulla Luna. Ed ecco allora che nella voce metamorfica dell’attrice le orecchie asinine dell’antropomorfa Fatima, condannata a sentire tutte le lamentele del mondo, ritrovano l’amarezza di Alcina, la maga ariostesca destinata a soffrire senza il dolce congedo della morte, e attraverso Molière, Jarry e altri ancora si ricongiungeranno fino all’umanità tarpata della leader birmana Aung San Suu Kyi.

Sono voci schiacciate, nascoste, azzittite, che riemergono nitide e penetranti come un vento che non può smettere di soffiare: voci che patiscono un peso ma che grazie ad esso riescono ad affermarne una verità ancora più sentita, ancora più profonda.

E come in una mise en abyme di richiami, il grido A Roma! A Roma! – che dà nome alla rassegna ideata da Francesca De Sanctis – riecheggia allora insieme e attraverso lo spettacolo, nel tentativo di restituire alla capitale la voce di quegli artisti extra-capitolini che negli ultimi anni, sempre di più, faticano ad accedere nella giungla selvaggia della circuitazione teatrale romana. Senza dubbi l’Urbe si sta risvegliando da un lungo letargo, chissà che da queste come da altre voci nascenti non si inneschi finalmente un nuovo fermento corale.

Ascolto consigliato

Teatro Due, Roma – 3 febbraio 2015