Good with People – Tiziano Panici

Good with People – Tiziano Panici

Il Teatro Argot Studio di Roma ospita per la seconda volta in questa stagione teatrale l’allestimento di un’opera del drammaturgo scozzese (classe 1966) David Harrower. Come in A Slow Air al centro del palcoscenico di Good with People ci sono solo due persone. Una scenografia minimalista suggerisce l’ingresso della pensioncina “Vista sul mare” di Helensburgh, villaggio scozzese adiacente alla base dove la marina inglese tiene i suoi sottomarini nucleari. Un giovane cliente, tornato nella sua città dopo molti anni, una matura receptionist. Un evento del passato che li unisce, li scopre legati da una tensione irrisolta, da qualcosa che attraversa la crescita dei giovani e la maturazione di una maternità.

Se il teatro è arte dell’evocazione di un altrove che chiede agli spettatori partecipazione immaginativa, ecco che il testo di Harrower, la regia di Panici, protagonista con Vanessa Scalera, concertano perfettamente nel ricreare un ambiente e un conflitto racchiusi in un dialogo semplice, affilato, teso, minimale. Sembra davvero presente l’asprezza di quel paesaggio scozzese, di quel mare battuto dal vento e infranto sulle scogliere, il suo rimbombare cupo fuori dalle finestre della pensione, quel suo essere luogo dell’anima che non permette di scappare, che ci si porta dentro anche se si viaggia per il mondo, come Evan.

Tutto si scatena in un gioco di parole, nell’arguzia di un personaggio che si pone duro, sicuro, battuto dalle intemperie e inamovibile come uno scoglio: “J’accuse” o “Jack Hughes”? Il figlio di lei, gli errori di lui, le scuse che non servono, la comprensione che si trova nel riconoscersi legati al di là del rancore, delle classi sociali, della contrapposizione di chi vive con le bombe e chi con le bombe non vuole morire, delle età, delle madri e dei figli. Harrower scrive un testo che dal minimalismo del dialogo apre e suggerisce porte e fughe in avanti e indietro. Un testo che richiede capacità interpretativa non banale, soprattutto quando interviene la necessità della traduzione, l’assenza di una lingua che porta già in sé tutti i termini del conflitto, aspra e gutturale come quell’inglese del nord, quelle vocali chiuse, cupe, così ricche di carica drammatica. E Panici riesce a suo modo, senza ricorrere a effetti speciali dialettali, solo con lo scandire le sillabe, con il trovare un tono giustamente aggressivo, a rendere assolutamente verosimile il suo Evan. A essere scozzese come scozzese miracolosamente diventa il buio della sala dell’Argot, con solo la luce di un proiettore al posto del mugghiare del Gareloch.