Foto di scena ©Manuela Giusto

Effimera, o la responsabilità della Vita

Stefano Benni apre la stagione Argot 2015/2016

C’era una volta, in un bosco…

No, nessun fruscio di pagina da voltare: la fiaba c’è, il bosco pure, ma stavolta non siamo al calduccio di un lettone d’infanzia, siamo a teatro. La magia della favola non dura, non può durare – neanche attraverso i sogni – fino al giorno dopo. Eppure nel sottobosco del Teatro Argot quella magia c’è fin dall’inizio: da un bozzolo tremulo nasce una farfalla, una fatina, un’Effimera.

La dolce creatura ha un’aria saccente, quella che hanno i piccoli affamati di vita, prima di scoprire che l’esistenza è solo un contratto a scadenza. Effimera però lo sa, lo ha studiato nel suo manuale, sa bene che in quel nome si svela il suo destino: durerà un giorno – dall’alba al crepuscolo – e dovrà decidere subito se vivere secondo i freddi dettami della natura, nutrimento-riproduzione-morte, o perdersi in un battito d’ali tra poche avventure, che alla sera saranno già sublimate in ricordo.

E così Effimera vive il suo mattino di scoperta, dà buffi nomi alle creature del bosco, le sfiora e ci parla. Svolazza leggera in barba alle regole, finché non arriva all’amore e scopre quanto il sentimento più atteso sia proprio come l’esistenza: caduco, breve. Il bosco inizia ad essere stretto – è già pomeriggio – e la fatina vola via, alla ricerca di un altrove urbano. Ma i desideri, si sa, possono essere spaventosi: Effimera lo impara, così ritorna al suo bosco, alla sua natura che “è stramonio che uccide e spinacio che nutre”. La sera – acida e mortifera – è così sconfitta in un’ultima danza, un ballo del ricordo immaginato senza rimpianto, un ultimo puro sussulto di vita.

Stefano Benni e Viviana Dominici tessono le ali di Effimera sulle spalle di Dacia D’Acunto, accompagnando la canonica morale della fiaba, in un tempo sospeso tra Lewis Carroll e la bacheca Facebook di una teenager contemporanea. La fatina altro non può essere che il riflesso di una umanità che insiste a voler apparire, rinunciando di fatto a voler essere, a voler sapere che il senso della vita è la vita stessa.

Nel bosco plasmato dalla gommapiuma di Pietro Perotti, si avverte però una strana sensazione, una consapevolezza che supera la retorica – inevitabilmente stanca – della morale, e forse, almeno stavolta, lo spettacolo dura più del libro nel lettone d’infanzia: essere “adulti” e perdersi in una fiaba vuol dire rendersi conto che è ancora mattino e che abbiamo il dovere di vivere – e non di lasciarci sopravvivere – almeno fino a sera.

Ascolto consigliato

Teatro Argot Studio, Roma – 9 ottobre 2015