Dark Vanilla Jungle – Lerici

Dark Vanilla Jungle – Carlo Emilio Lerici

Accade raramente che la distanza tra spettatore e attore si annulli del tutto, e che, superando vergogna, timori e remore, quel contatto, quell’unione indissolubile di umanità, si abbandoni completamente all’emozione. Al Teatro Belli è successo. Dark Vanilla Jungle – drammaturgia di Philip Ridley, adattamento e regia di Carlo Emilio Lerici, per Trend – nuove frontiere della scena britannica – è un incontro inatteso e martoriante di brividi e commozione.

In scena, soltanto una struttura bianca (nella quale si riflettono luci e proiezioni): una grossa e spessa cornice leggermente inclinata in avanti che contiene, anzi imprigiona, Andrea, unico personaggio, o meglio, unica interprete e unica presenza in un micro mondo sterile, immateriale e austero.

Lei, Andrea – corpo, voce e impeto di una dirompente e penetrante Monica Belardinelli -, piedi nudi, capelli sciolti e leggero abito écru, ci osserva, scorre piano gli occhi su di noi, e attende, dritta e immobile, che il piccolo esercito di spettatori si plachi. Qualcuno mantiene la testa rivolta verso la scena, come fosse già ipnotizzato dallo sguardo mistico, profondo, eppure assente, perso in un vuoto incolmabile, di quella fanciulla eterea.

Tutto comincia con “una puntura di vespa”. Sì, è un evento banale e remoto che dà inizio a un racconto confessato al pubblico con un linguaggio crudo che amalgama una pungente volgarità (non solo verbale) a una densità drammatica e spiazzante. Le parole, i sorrisi irrequieti, e i gesti irruenti spezzati da stasi di delicatezza masochistica, accompagnati in sottofondo dai rumori (ambientali) e dalle musiche dei ricordi, ci trascinano (in)consciamente nel punto più oscuro di un’anima la cui psiche pulsa deformata da un logorante passato.

Non si tratta solo di evocare tempi e sensazioni. Qui, l’aria si condensa d’immagini: dalle fantasie infantili all’affetto (quasi incestuoso) per i genitori schiacciato dall’abbandono, dalla reazione impotente alle violenze subite alla passione leale per il fidanzato Tyron, colui che va amato a prescindere, “perché è l’uomo giusto, sincero e premuroso”, e, in fondo, se le sue carezze lasciano sangue e lividi, “è solo per l’eccessiva tenerezza”. Sono le tappe di un estremo e metamorfico percorso verso la schizofrenia che, poco per volta, annienta consapevolezze e certezze, lasciando che la follia epilettica invada la realtà, che la paranoia allucinatoria pervada i suoi (e i nostri) occhi, che il delirio ossessivo compulsivo nei confronti del sesso maschile trasformi Andrea in una Medea nevrotica e ninfomane.

Nessun costume sfarzoso, nessuna scenografia imponente, nessuna “traccia teatrale” sopravvive in questo luogo di astratto e assurdo; esiste solo la mano del regista Lerici che strappa dalla carne del personaggio un’umanità trafitta da schegge di sofferenza, e affida a un’interpretazione memorabile il compito di scagliarle giù dal palcoscenico, conficcandole nel nostro petto e nella nostra mente. E noi ci risvegliamo così, assuefatti e disorientati, con il cuore trapassato da una lama di emozioni: (in)certi che tutto ciò sia stato (non) solo finzione, perché, si sa, la paranoia è contagiosa.

Teatro Belli, Roma – 12 novembre 2014