Chris Torpe

L’altra faccia del male di Utøya

Confirmation di Chris Thorpe a Trende con Jacopo Gassmann

Sono le 15.25 del 22 luglio 2010, quando nel centro di Oslo un’esplosione rompe la calma dell’estate norvegese. A saltare in aria è un’autobomba piazzata nel quartiere governativo della città. Si pensa immediatamente a un attentato terroristico islamico, ma quello che succederà nelle ore successive porterà alla luce una verità molto più agghiacciante.

Subito dopo la bomba, l’attentatore decide di prendere un traghetto per l’isola di Utøya, dove la sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese ha organizzato un campus estivo. È Anders Breivik, ha trentadue anni e ucciderà a sangue freddo 77 ragazzi. Dirà di averlo fatto per fermare i danni del partito laburista e la “decostruzione della cultura norvegese dovuta all’immigrazione in massa dei musulmani.”

Breivik è un militante dell’estrema destra norvegese e ha realizzato l’attentato terroristico più orribile della storia dell’Europa. Breivik, il pazzo, il fanatico, icona del male assoluto. Tutto questo si è pensato leggendo questa storia sui giornali. Eppure l’opinione pubblica distratta dall’orrore e dallo shock ha tralasciato un dettaglio fondamentale: le ragioni di questo male.

Apparentemente, non ce sono. Visto che Breivik è un folle psicopatico non ci può essere nessuna ragione razionale che possa averlo spinto ad imbracciare un fucile e a sparare contro decine di ragazzi indifesi. Ne siamo così sicuri?

Confirmation di Chris Thorpe mette in discussione questa certezza: servendosi dell’artificio del teatro pone davanti agli occhi dello spettatore le ragioni del male. Lo fa con un monologo complesso che usa la messa in scena teatrale in maniera parziale, rompendo la distanza tra attore e spettatori.

C’è un uomo (Nicola Pannelli) sulla quarantina inoltrata: dall’abbigliamento e dal suo atteggiamento si capisce che è il tipico uomo di una certa sinistra, anche radicale a volte. E infatti lo dice subito: “Sono un liberale, un progressista.” Quest’uomo aperto di mente, antirazzista e votato a ideali di pace e democrazia decide di fare un esperimento.

Seguendo certi studi di psicologia cognitiva sul tema del pregiudizio di conferma, ossia la comprensione condivisa di un pensiero che siamo portati a considerare giusto, mette in discussione le sue idee fino a decidere di incontrare una persona completamente opposta al suo modo di pensare. Un militante di destra, talmente estremista da giustificare Anders Breivik.

In scena s’istaura, così, un dialogo immaginario tra i due e improvvisamente ci si rende conto che un certo tipo di estremismo politico non è poi così distante dal nostro modo di pensare. La messa in scena pone gli spettatori davanti a questa eventualità, che mano a mano diventa sempre più reale fino ad arrivare a capire le ragioni del male.

Ragioni discutibili, non più protette dalla giustificazione della follia. Così si scopre che Anders Breivik non è un folle e l’eccidio che ha compiuto non è nato da un impulso irrazionale ma da un’idea concreta: quella di salvaguardare l’umanitàe la sua cultura dagli errori della generazione liberale. Questo svelamento è ancora più agghiacciante della follia, perché mostra l’orrore nella sua forma più umana e riconoscibile agli occhi di tutti.

Breivik non è più un mostro ma un uomo che aveva in mente il bene dell’umanità, e non la sua fine. Il fine giustifica i mezzi e a volte il male assoluto può avere il volto rassicurante di una persona affabile e intelligente.

Far conoscere agli spettatori questo faccia del male, mettere in discussione le proprie idee è lo scopo di Confirmation; un esperimento meta-teatrale che mantiene tutte le caratteristiche di un dramma classico. Con tanto di “accecamento finale” che ricorda la più tragica di tutte le tragedie: quella di Edipo che quando viene a conoscenza del male si toglie la vista pur di non vederlo.

Letture consigliate:
• Cans, o il lato oscuro delle azioni virtuose, di Sarah Curati

Ascolto consigliato

Teatro Belli, Roma – 15 ottobre 2015

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