Augenblick – Orma Fluens Amaranta

Augenblick o la trappola della libertà

Il teatro immersivo di Amaranta Teatro e Orma Fluens

C’è una forza viscerale che domina l’uomo – la fame di sapere: più qualcosa gli è negato, più vuole scoprirlo. È la grande genesi del pensiero occidentale: l’albero della conoscenza, la mela proibita, il fascino del mistero.

Ultimamente però ci siamo un po’ impigriti, tutto viene servito già pronto e spiegato ancor prima di chiedere, basta selezionare una scelta già pensata: questo o quello? È scomparsa la negazione consapevole del “non mi piace”, “non guardo”, “non compro”; da individui ci siamo trasformati in utenti. Lo stesso identico lassismo lo ritroviamo nel mondo dello spettacolo: è lo stream (sia la televisione, la radio o i social network), un flusso continuo di elementi, già filtrati per noi, sempre a portata di mano. Come unica meta lo zapping. Purché tutto rimanga acceso.

Il teatro invece, per sua stessa natura, si sottrae a questa mediazione. Ci “costringe” infatti a spostarci, ad abbandonare la nostra casa per andare nel luogo deputato alla scena. Ma ancora non basta, perché questo di per sé non comporta uno sforzo attivo. Cosa accade allora se lo spettatore viene chiamato, spinto, o meglio, immerso direttamente nello spettacolo?

È ciò che accade con Augenblick di Amaranta Teatro e Orma Fluens. Per l’occasione lo spazio dello Studio Uno viene completamente rivoluzionato: non più un teatro ma una casa altolocata di primo Novecento. Scendiamo allora le scale, indossiamo una maschera bianca e ci raccogliamo tutti attorno alla scena madre. Cinque eccentrici aristocratici sono in tavola e si preparano per una spedizione di recupero, il professor Sogol è scomparso.

Foto ©Luisa Fabriziani

Da qui in poi la storia si sparpaglierà nelle diverse stanze (curate fin nei minimi dettagli), starà allo spettatore decidere chi seguire. Che il viaggio cui si apprestano i personaggi non sia una semplice avventura lo si può intuire già dal nome dell’esimio scomparso, che altro non è se non lo speculare di Logos. Bisogna ritrovare la parola, il pensiero, la ragione. Ed è proprio questa la traccia nascosta che sembra sottendere l’intera drammaturgia di Emiliano Loria e Riccardo Brunetti, in un intrigante gioco di riflessi: aggirarsi nella casa alla riscoperta di un senso, anzi, di un’epifania.

Foto ©Luisa Fabriziani

La performance, pertanto, si ripeterà tre volte (quasi) identica a sé stessa così da dare modo ai “visitatori” di battere ogni pista, di scoprire cosa si erano persi la volta precedente, mettendo assieme pian piano i pezzi mancanti. Ma qui appunto non si tratta di un “Invito a cena con delitto”, la vicenda stessa è allegorica, ricongiungere causa a effetto non svela il mistero, lo rende solo più evidente. Per godere appieno di Augenblick, infatti, bisogna essere particolarmente curiosi e indiscreti, fin dall’inizio, senza aspettare che gli attori ci chiamino – eventualmente – in causa, ma facendoci noi direttamente innanzi a loro, ad aiutarli, a spiarli, a pedinarli. La maschera è la nostra arma di voyeurismo, la nostra chiave per scovare l’attimo (“augenblick” è il battito di ciglia, perciò anche il lampo interiore).

Immagine ©Augenblick 2015

Come per il recente Cuore di Tenebra del Teatro de los Sentidos, anche stavolta il vero cruccio è constatare che le nostre azioni non comportino alcuna evoluzione, tutto procede comunque secondo un ordine prestabilito. In questo caso, però, l’interazione potenziale è più accattivante, e l’impossibilità di modificare il corso degli eventi potrebbe pur essere l’ennesima conferma che ci troviamo in un non-tempo metafisico (ma se davvero fosse così, si gioca davvero sul sottile).

Ad ogni modo, in due ore e mezza (c’è anche un bar a tema per rinfrancarsi), l’immersione perde poco a poco di mordente, il pubblico vagante è visibilmente smarrito; la ragione è semplice: non capisce il proprio ruolo. Paradossalmente si ritrova in quello stesso stream da cui si era sottratto, con il rischio ora di disconnettersi. Insomma, per quanto l’esperimento sia particolarmente suggestivo, ben curato e valga l’esperienza, ha bisogno di far sentire più partecipe – dunque responsabile – lo spettatore.

Foto ©Luisa Fabriziani

La storia di partenza, Il Monte Analogo di Daumal, non è immediata né tanto meno conosciuta, e questo probabilmente aumenta lo smarrimento (per intenderci, figuratevi il Marienbad di Resnais tinto di “giallo”). Forse si potrebbe rimediare inserendo dei momenti di raccoglimento fra una ripetizione e l’altra, o assegnando uno scopo preciso, o magari stabilendo regole più ferree, divieti più tassativi, difficoltà più opprimenti. Perché in fondo, per quanto raffinato, è pur sempre un gioco. E come in ogni gioco, gli ostacoli e la meta sono fondamentali. Troppa libertà spegne il desiderio.

Ascolto consigliato

 

Teatro Studio Uno, Roma – 11 ottobre 2015