Abramo – Teresa Ludovico

Il bivio della fede

Teresa Ludovico inaugura i Teatri di Bari con Abramo

Cos’è la fede? È l’adesione totale a un messaggio, a un concetto per lo più astratto. A questa domanda l’uomo ha sempre saputo dare una risposta certa e inequivocabile. I problemi sorgono quando ci si trova davanti a un bivio: occorre riporre nella fede un’accettazione incondizionata, o è più conveniente affrontarla con raziocinio? Ecco, forse su questo quesito la storia ci insegna che non si è mai giunti a una decisione univoca. Con tale interrogativo, con tale conflitto, che ancora oggi stenta a trovare una reale soluzione, si apre la stagione teatrale dei neonati Teatri di Bari, il frutto della collaborazione organica tra il Teatro Kismet e il Teatro Abeliano.

Per tentare di dare una risposta, o meglio, tentare di aprire un dibattito su questa problematica, quale fede utilizzare a titolo esemplificativo se non quella per antonomasia, quella in Dio? Già, e la persona che più di altri l’ha incarnata nell’Antico Testamento è senza alcun dubbio Abramo, definito da Søren Kierkegaard, “il più grande campione della fede”. Il patriarca, racconta la Genesi, fu messo alla prova da Dio che lo indusse a sacrificare suo figlio Isacco sul monte Moria, salvo poi inviare un angelo affinché l’insano gesto non venisse completato. Ma cosa sarebbe successo se Dio non fosse intervenuto su quel monte? Su questa base, il filoso Ermanno Bencivenga, fonda il suo testo Abramo, riadattato e messo in scena da Teresa Ludovico.

Il palco del Teatro Kismet è spoglio, c’è un tavolo al centro e qualche sedia in uno spazio (casa) definito da finestre anticorodal, dalle quali sbirciare i volti dei protagonisti. Le luci (Vincent Longuemar), efficacemente fredde, esasperano il clima gelido della pièce. In questa scena prende subito la parola un narratore (Christian Di Domenico), che introduce le vicende di Abramo (Augusto Masiello), uomo che antepone la fede alla sua stessa vita; sua moglie Sara (Teresa Ludovico), amorevole e dalla mente lucida; e il loro figlio Isacco (Domenico Indiveri), giovane stravagante in cerca di responsabilità. I caratteri sono ben definiti, ma qualcosa sconvolgerà l’ordine delle cose.

Due viandanti (Gabriele Paolocà e Michele Altamura), scanzonati e severi all’occasione, portano gli ordini venuti dall’alto. Due figure in carne e ossa, quindi, attualizzati e umanizzati come fossimo nel Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago. Abramo non può far altro che eseguire gli ordini, portando sé stesso e i suoi cari a capovolgere la loro situazione iniziale. Egli, infatti, uscirà piegato dalla sua stessa fede, sua moglie sarà invasa dal germe della pazzia e Isacco, tornato a mo’ di spettro, ne uscirà assetato di sangue, colpevole solo di essere figlio di suo padre.

La reale prova di Abramo era di “avere abbastanza fede in Dio da saper rifiutare quelle parole perché la tua fede ti insegnava che non potevano venire da Lui, non potevano essere quel che Lui voleva da te”. Contestualizzare, utilizzare meglio il proprio intelletto, dosare le giuste misure, è questo il messaggio semplice ma non banale di un testo e di una messinscena lucidi e stimolanti. Oggi come ieri, in un mondo dominato da fanatismi e integralismi, dove il libero arbitrio va a farsi amorevolmente benedire, questi dibattiti sono più che mai necessari.

Ascolto consigliato

Teatro Kismet, Bari – 22 ottobre 2015

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