Foto di scena ©Manuela Giusto

La maschera quotidiana svelata

Il Misantropo di Francesco Frangipane

“Quando c’è ipocrisia, c’è sempre l’atmosfera”, scriveva Grotowski. E in effetti, che ce ne accorgiamo o meno, nella nostra vita quotidiana tutti noi siamo soliti indossare quella che il Maestro polacco chiamava la “maschera sociale” – necessaria in realtà all’instaurarsi dei rapporti – ché se fossimo davvero tutti sinceri l’uno con l’altro, chissà cosa succederebbe. Forse diventeremmo tutti come Alceste, il protagonista del Misantropo di Molière, un personaggio amareggiato dalla vita, ostinato idealista non incline ai compromessi, “più sincero che corretto” e di conseguenza condannato all’incomprensione altrui e alla solitudine.

Ora è proprio Alceste, insieme a tutta l’umanità che lo circonda, a tornare nel Misantropo adattato e diretto da Francesco Frangipane (Argot Produzioni). Lungi dal trovarci nella Francia del Seicento, attori in abiti eleganti ci introducono invece in quella che sembra una festa dell’alta società a noi più familiare. Un ambiente bianco, asettico, a metà strada fra una dance-hall e un sofisticato museo d’arte contemporanea, come sembrano confermare le “opere d’arte” che rifanno il verso a un determinato ambiente artistico (scenografia Francesco Ghisu). In questa atmosfera vagamente allucinata alla Kubrick, sgabelli sparsi per tutta la stanza azzerano la distanza fra attori e pubblico, decentrando la regia in un costante flusso di movimento senza un fulcro stabile.

Fra risate perfide, pettegolezzi impastati di spritz e l’ennesimo ballo selezionato dal dj in sala, si susseguono allora le false promesse d’amore dell’affascinante Celimene (Vanessa Scalera) all’innamorato Alceste (Arcangelo Iannaca), parole che dicono il contrario di quello che intendono, adulazioni di convenienza. E come quelle opere esposte nella scenografia, sotto la cui aura concettuale si nasconde il nulla, così sembra succedere anche ai personaggi, che svelano l’impietosa superficialità di una vita costruita sull’apparenza. Frangipane, non privo di ironia, trasferisce la vacuità di queste esistenze dalla corte francese al mondo dello spettacolo odierno, rappresentanti di una classe sociale opportunista e arrivista – priva di uno spessore umano più profondo.

In scena il tempo scorre veloce e serrato, anche se in realtà nulla sembra accadere se non nell’evoluzione interiore dei personaggi; così, quando Celimene rifiuta l’ultima offerta di un Alceste affranto dal tradimento di vivere insieme lontano dalla società, qualcosa dentro di lei si è spezzato. “Ci sono momenti infatti in cui siamo davvero sinceri – sempre nelle parole di Grotowski – ed è quando amiamo e quando la disgrazia ci tocca.” Alla fine, in Celimene, questi due momenti sembrano coincidere.

Quella maschera sociale che in teatro si frantuma per dare vita alla verità, paradossalmente è qui amplificata per smascherare quegli stessi comportamenti che mette in scena. Frangipane colloca il pubblico in una posizione di testimone oculare privilegiato, non tanto degli attori, quanto delle proprie stesse reazioni. Costretto a guardarsi in faccia, il pubblico è così invitato a sondare le proprie reazioni di fronte alla rappresentazione di quella falsità “necessaria” di cui si nutre ogni rapporto.

Ascolto consigliato

Carrozzerie n.o.t, Roma – 15 ottobre 2015