La bella Rosaspina addormentata – Emma Dante

La bella Rosaspina addormentata – Emma Dante

Una trapunta rosa, ricamata, stretta tra due lembi di tulle bianco che imprigionano nelle grinze luci natalizie e farfalle colorate, è il letto dei ricordi di un’infanzia interrotta, sospesa, rubata, negata. È il confine invisibile della fantasia puerile, quinta d’accesso di un regno fiabesco, separé e sipario del teatro scarno e ruvido di Emma Dante che ricalca la storia de La bella addormentata per travolgerla, scioglierla, plasmarla a caldo, riversarla sul palcoscenico (ri)piena dei sintomi della nostra attualità: concreta, grezza, informe e deforme.

Un’odierna società (dis)incantata reduce delle guerre mondiali, dei matrimoni gay, dei social network, abitata da esseri eccentrici e misteriosi i cui volti senza identità sono immersi nell’ombra di scure calzamaglie reprimitrici di sguardi, respiri, sospiri. Sono contorni di smorfie mascherate che si alternano nell’energia delle tre interpreti Gabriella D’Anci, Rosanna Savoia ed Emilia Verginelli. Sono la regina-matriarca siciliana – una grottesca e bizzarra Bernarda Alba delle fiabe -, il re(-pater sottomesso), il potpourri di nove fate ammiccanti e Rosaspina – l’unica a viso scoperto – che si risveglia dalla maledizione già donna, trasportata dal tocco, dalla danza, dal bacio di un principe nero che ha capelli lunghi, seni, fianchi e voce di donna: femmineo corpo di un amore puro e istintivo che sostiene con abbracci la fanciulla singhiozzante di sottili sospiri vitali, spogliandola dal sonno del tempo, dagli strati dell’ipocrisia e della morte.

Sotto lo scintillio di abiti, luci, suoni e colori si delinea un’elegante e carnevalesca parabola sulla crescita della femminilità vissuta negli occhi meravigliati dell’infanzia, nella bramosa scoperta del proprio essere, nella provocatoria indipendenza adolescenziale, nella maternità desiderata e poi avidamente posseduta, preservata nella co-strizione (iper-ansiosa) della figlia in casa, nell’illusa speranza che la vita non se la porti via, non soffochi il suo soffio spasmodico d’urlo muto nel leggero velo di (angelo) bianco.

Emma Dante dipinge un universo magico e reale, raffinato e carnale nel quale personaggi, attrici e spettatori si fondono in una spirale di carni e tessuti, voci storpiate e parole sussurrate, movimenti spezzati e goliardiche (rin)corse, salti di libertà e balli d’euforia, prima di sfumare lentamente nel tenero vortice di musica e buio.