Foto di scena

Non è un paese per supereroine

'Wonder Woman' di Questa, Musso & Cuscunà

Bastano una tiara, un cinturone e stivaletti rossi per fare una Wonder Woman? Dopo lo spettacolo di Antonella Questa, Giuliana Musso e Marta Cuscunà ispirato alla supereroina statunitense, protagonista delle strisce della DC Comics e dell’omonima serie tv prodotta dalla Warner Bros negli anni ’70, crediamo che basti ancor meno—e che forse questo non é un paese per supereroine.

L’icona pop, ancora in testa nella top ten dei fumetti con supereoine (nonostante sia nata nel 1941 e il suo  creatore William Moultom Marston morto sei anno dopo), è l’espediente drammaturgico che permette di guardare dentro un universo femminile, costantemente minacciato da un pensiero imperante tutto declinato al maschile, e di scandagliare le autocastrazioni indotte da quello stesso pensiero. Eppure si ride, dall’inizio alla fine.

Perché Wonder Woman è un salto nel tempo: quando gli eroi e noi comuni mortali vivevamo nell’Età dell’oro; quando loro incarnavano le nostre proiezioni e noi ci rassicuravamo sapendo della loro esistenza, da qualche parte, foss’anche sulla carta. Oggi le supereroine sono stressate, vivono post-traumi che gravano su fisici algidi, e se le incontrassimo per strada non solo non le riconosceremmo ma ne diffideremmo a priori.

Foto di scena ©Giulia Gattere

Le tre attrici sul palcoscenico sono funamboliche, roventi, inarrestabili, come se il tempo che avessero a disposizione fosse già troppo poco per tutto quello che ricerche, dati, studi dimostrano. Sketch da quiz televisivi per una promozione a lavoro per cui più non dimandare; reading da un avvocato divorzista che, conti alla mano, mostra verità non scontate; momenti corali che fanno a pugni con monologhi che rimbombano solitudini. Wonder Woman è una girandola di fuochi pirotecnici che illumina le imparità, le finte parità, le lusinghe capziose con cui una donna è abituata a fare i conti fin da bambina a tal punto da considerarle normali.

«Cazzo, cazzo, cazzo» urlerà una delle tre bambole di pezza, tutte vestite come principesse, e che fin dall’inizio erano su un appendiabiti in fondo alla scena. Quella parola sarà l’altalena vocalica in grado di dare nuova spinta alle compagne (tutte manovrate da Marta Cuscunà), smascherando la volgarità di un preziosismo sterile. La stessa meschinità che si cela dietro le mezze parole capaci di arrestare una carriera o di promuoverne un’altra solo usando il tono giusto anche se in un inglese maccheronico.

Foto di scena ©Giulia Gattere

Il luogo comune è dietro l’angolo ma lo si devia in continuazione con una satira, vera arma di attrazione di massa, che da un lato lo tiene alla larga e dall’altro non gli stacca gli occhi di dosso. Non è lo stesso principio anche delle icone pop del resto? Una Wonder Woman che è altro dagli umanoidi sebbene ci viva in mezzo. Tutto sta a vedere come.

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Teatro Francesco di Bartolo, Buti (PI) – 6 novembre 2015