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Tesnota

Tra racconto di formazione e revisione critica di una delle pagine più buie della storia russa

Attraverso una revisione critica della storia, così come nel processo di ri-scrittura, il cinema, documentario e di finzione, ha fatto inevitabilmente riferimento al tempo presente, interrogandosi sulle molteplici contraddizioni che ancora derivano dal passato. Il cinema russo, ad esempio, si è concentrato particolarmente sul periodo della dissoluzione dell’Unione Sovietica e le attuali politiche di regime. Lo scorso anno, in concorso al Festival di Cannes, due film hanno gettato luce su questa realtà, A Gentle Creature di Loznitsa, un regista dissidente e in esilio, dove la protagonista viaggia verso la Siberia per vedere il marito detenuto, e Loveless di Zvyagintsev, cineasta che riesce a lavorare all’interno dell’industria cinematografica di stato, e il cui cinema ad una prima vista di respiro universale non comporta un osteggiamento da parte del regime, in cui viene mostrata una società medio borghese ipocrita, priva di alcun valore etico e morale.

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Presentato lo stesso anno al festival ma nella sezione Un certain regard, Tesnota (Closeness) esplora un ulteriore spaccato della storia della Russia. Il film è ambientato a Nalchik, capitale della Repubblica di Cabardino-Balcaria, città di provenienza del regista Kantemir Balagov, un territorio aspro e rurale, che vive principalmente di agricoltura e grazie alle proprie risorse minerarie, con un elevato tasso di disoccupazione, segnato profondamente dal fuoco dei conflitti caucasici. La storia raccontata si svolge nel 1998, nel periodo tra la prima e la seconda guerra cecena. La protagonista Ilana (Darya Zhovner), ventiquattrenne figlia maggiore di una famiglia di origini ebraiche, una minoranza in un territorio a prevalenza musulmana, lavora nel garage del padre. A seguito del rapimento del fratello minore e della sua promessa sposa, la famiglia si rivolge alla comunità ebraica per richiedere i soldi del riscatto, dal momento che la polizia, del tutto assente, risulta essere un organo completamente corrotto.

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Closeness, così la traduzione inglese del titolo originale, può significare vicinanza, ma anche angustia, due dimensioni esplicite nel film. Il formato 4:3 sembra infatti ingabbiare, soffocare la protagonista in una dimensione dalla quale non riesce ad emergere, nella quale non si riesce ad integrare, quella familiare, lo scontro con la madre che vorrebbe vederla sacrificarsi in un matrimonio combinato per salvare il fratello, e quella della comunità ebraica, dal momento che è fidanzata con un ragazzo musulmano kabarde di nome Zalim, non appartenente alla sua “tribù”.

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Nodo centrale nel percorso di formazione della protagonista, che si ribella al dogmatismo della tradizione, è la propria femminilità, celata da un mestiere maschile, che però l’aggrada, e messa sul piatto del miglior offerente dalla famiglia. Tragica e disperata infatti la presa di coscienza della ragazza, che acquisisce agency concedendosi al fidanzato, perdendo la propria verginità al buio, nel retro squallido dell’ufficio. Lontano dal misticismo del suo maestro Sokurov, Bugalov getta lo spettatore in un sistema coercitivo, oppressivo, asfissiante, una lotta familiare che diventa lotta collettiva di appartenenza, all’estremismo e al fondamentalismo, mentre la televisione mostra filmati di brutali esecuzioni avvenute durante la guerra.

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Né la liberazione del fratello, né la fuga, né l’idea di un nuovo inizio sembrano in grado di ricomporre gli strappi e le ferite provocate dal trauma. Abbracci e voci spezzate di cui non si conosce il destino.