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Sud Est – Steve Mc Curry

“Sud est”, la mostra fotografica di Steve Mc Curry a Milano a Palazzo della Ragione proprio nel pieno centro meneghino, permette alla povera umanità in fibrillazione per la contingenza e la materialità dei doni natalizi, di fermarsi col corpo e viaggiare con la mente.

Attraverso un percorso che è un viaggio dell’anima, Mc Curry traghetta i visitatori, che diventano parte costitutiva della mostra stessa, nella eterogeneità e nella ricchezza, nella disperazione e nella gioia, emozioni incarnate senza alcun filtro o barriera storico-sociale. L’imponente serie di immagini è organizzata in un iter con varie sezioni, ma il vero elemento unificante non è la posizione geografica, bensì la luce.

Luce che si incarna in uno sguardo nei ritratti all’interno della sezione “L’altro”, luce che trapassa il catrame di cui sono avvolti i cadaveri – a testimonianza della grande tragedia del Kuwait – luce che si fa elemento unificatore tra persone, tra popoli, a sostegno di una umanità che ancora, epicamente, cerca di sopravvivere. E la luce illumina anche gli spettatori stessi, poi determina le varie sezioni (“L’altro”, “Il viaggio e il silenzio” , “Guerra”, “Gioia” , “Infanzia” , Bellezza”), crea geometrie e suggestioni inaspettate.

La sezione dei ritratti è probabilmente l’emblema della personalità, della poetica di questo grande artista: il ritratto è come un dialogo, una forma di compartecipazione alle vicende di qualcun altro, spesso dall’altra parte del mondo, magari già morto e che quasi sicuramente non si rese conto degli effetti del proprio sguardo, che è giusto che faccia fuoriuscire dall’anima di chi lo osserva rabbia, dolore, frustrazione, oppure serenità e gioia.

Protagonisti sono i bambini, ma spesso, purtroppo, questi sono bambini soltanto anagraficamente: i loro occhi sono vecchi millenni a causa di tutto quello che hanno dovuto reggere e sopportare. L’ingiustizia si respira nell’aria, insieme allo spirito di denuncia, provocatoriamente dimostrato dall’affissione dei Diritti del fanciullo del 20 novembre 1959. Natura, bambini, donne, uomini, anziani, animali: tutto il mondo insomma risulta universalmente coinvolto nella guerra; ancora una volta Mc Curry semplicemente, ma con uno sgomento senza pari, evidenzia l’insensatezza dei conflitti e la fratellanza risultante come caratteristiche dell’atto di essere in guerra. Insensatezza perché quelle foto non riportano esseri umani, ma bambolotti distrutti, rotti dalle mine, dilaniati, in mezzo a fumo e polvere. Però a ciò subentra l’altro elemento, cioè la fratellanza, perché c’è la stessa disperazione nello sguardo(sempre topos ricorrente nel percorso della mostra) di un Afghano che ha perso tutto e in quello di un pompiere imbiancato dalla polvere, e solo, in mezzo alle rovine del World Trade Center l’11 settembre 2001.

“Il viaggio e il silenzio”: il pianeta viene esplorato, viene assaporata la vita, che altro non è che una commedia umana. Per questo Mc Curry celebra anche la vita che va vanti, la meditazione, l’elemento naturale in perfetta quiete ed armonia con l’uomo, le piccole grandi storie di e per ognuno di noi.

Ci sono trasparenza, coraggio e decisione in questa mostra: l’ultima sezione, “La Bellezza”, ne è la dimostrazione. Vi sono tre ritratti di donne: una è la ormai famosa Sharat Gula. In comune essi hanno ieraticità, monumentalità,; come giustamente detto da Armando Torno, bussano all’anima. Nel nostro mondo fatto di esteriorità, di maschere, di perfezione che fa rima con modificazione del proprio corpo, pensiero e atteggiamento, questi tre volti suggeriscono la via per tornare ad uno stato quasi primitivo, naturale appunto, dell’essere umano. Non servono pose, abiti particolari, ardite scenografie per dimostrarlo.