Shakespea Re di Napoli

Shakespea Re di Napoli – Ruggero Cappuccio

A più di vent’anni dal debutto e dal Premio Speciale della Drammaturgia Europea, Shakespea Re di Napoli – scritto e diretto da Ruggero Cappuccio – torna a teatro col suo carico di suggestioni e visioni che popolano la scena come in un indefinito sogno a occhi aperti.

In una Napoli barocca, nella sera di Carnevale, Desiderio (Claudio Di Palma) rivive il ricordo della festa di vent’anni prima, in cui si cela il motivo della sua partenza per l’«Angleterra». A Zoroastro (Ciro Damiano), amico ritrovato che fatica a credere alla sua storia, l’istrione racconta di quel ballo e dell’incontro inaspettato con Shakespeare che, nascosto dietro la maschera del Viceré, lo scelse come interprete da portare con sé in patria. A provarlo, solo un anello perduto, un quadro da recuperare e un baule, da cui emergono i sonetti ispirati al misterioso Will Hughes: lo stesso Desiderio. Musa del Bardo, il giovane ricompone sulla scena i testi dei Sonnets con la musicalità del napoletano: lingua tortile, sguaiata nel lirismo prosaico della sua veracità più bassa e vitale.

Come dalla marea, tra parole storte, Cappuccio nasconde e lascia emergere i significati di «un racconto che nella fantasia e nella forza immaginativa pone radici per una pura intuizione poetica», come egli stesso afferma. È quella forza – il tema della finzione – il perno attorno cui ruota la vicenda, e poco importa tracciare contorni nitidi di distinzione dal suo speculare contraltare. In pieno spirito barocco, infatti, la realtà gioca con l’illusione, in un’atmosfera nebulosa in cui, nelle sue contorsioni verbali – come in «Nott’, oi nott’» con cui si apre la pièce – lo stesso vernacolare si confonde per omofonia all’inglese, e la verità sfuma nella menzogna, come vuole la tradizione consueta carnascialesca e, ancor di più, la dialettica fondativa del teatro.

Sono i due personaggi a rendere possibile la forza della dicotomia tra ciò che è e ciò che non è, portatori nel loro nome di un conflitto che sulla scena si trasforma in metafora della vita guardata con lente nietzschiana: se (ibb3