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Savages @ Circolo Magnolia (MI) – 21/5/2012

Cominciamo dalla fine. Dal pezzo di chiusura, che si chiama Fuckers (“stronzi”). Un intro recitato esplode in una rapsodia punk di oltre cinque minuti, tutta uguale, ripetitiva fino all’ossessione, coinvolgente fino al punto di stordire. A centro palco, lei: Jenny Beth, personalità magnetica i cui lineamenti del viso sono inquietantemente somiglianti a Ian Curtis, che catalizza l’attenzione del pubblico ballando come era solito fare lo sfortunato Ian. Quei movimenti che Sam Riley nel film Control riproduceva con altrettanta bravura, spasmodici e armonici allo stesso tempo. Perfetti ed imperfetti. Malinconici e vitali. Roba che se non fossi abbastanza lucido, non avendo bevuto nulla, inizierei a credere davvero nella reincarnazione.

Sbarca a Milano quello che oltremanica è stato già battezzato come l’esordio dell’anno, le Savages, quartetto interamente al femminile che suona post-punk come se non ci fosse né un domani né, soprattutto, un ieri. Come se fosse il 1979 e invece di Facebook il centro del mondo fossero ancora gli umidi basement di Manchester, sotto le fabbriche che sbuffano fumi grigi in mezzo a suoni meccanici, quando la vita era una catena di montaggio in bianco e nero. Loro danno senso a questo quadro mettendoci una sessualità androgina dal fascino indubitabile, sempre in primo piano, che mescola presenza scenica da vendere a una serie di canzoni che mozzano il fiato.

Questo è, in poche righe, quanto si è visto ieri sera al Magnolia, dove il gruppo è stato accolto da un pubblico la cui età media era inaspettatamente alta. Le Savages sono una bomba sonora impressionante che si sprigiona nei ritmi serrati di batteria intrecciati con un basso grave e meccanico che pulsa forte al centro del petto. Che trova compimento nelle armonie alla chitarra di Gemma Thompson, talento da vendere. Che esplode nella rabbia cieca di canzoni che sembrano tagliare in due l’aria e la psiche. E si sublima nella figura sensualmente desessualizzata di Jenny, che dietro al gioco di rimandi ben studiato con Ian Curtis è autenticamente padrona assoluta della scena, cantando, recitando e ballando, appropriandosi di chi le sta davanti per un’oretta buona. Difficile stare fermi, difficile non farsi catturare irrimediabilmente lo sguardo, difficile non restare colpiti dalle esecuzioni di I Am Here, Waiting For A Sign, She Will e Husbands. Difficile restare indifferenti, in generale. E pensare che il punk una volta era il genere di chi non sapeva suonare.

Nella recensione dell’album Silence Yourself (che potete leggere qui) riflettevo che nella loro musica non sembra esserci innovazione musicale bensì una ripresa (autentica, stilisticamente perfetta nel suo essere portata all’estremo) di un genere, il post-punk. Esco, dopo il concerto, convinto di avere sbagliato. Il disco non rende la potenza e il talento che queste ragazze sprigionano sul palco. C’è il concerto e c’è la musica, ma soprattutto c’è la performance artistica che deve molto a Marina Abramovic e al Bauhaus, non tanto e non solo il gruppo musicale, quanto proprio la corrente estetica. Immaginatevi i Joy Division, mettete violenza musicale e carica sessuale. Quante promesse che stanno dentro alle Savages. Le manterranno?