Santa Giovanna dell'immaginazione Silvia Frasson

Santa Giovanna dell’immaginazione – Silvia Frasson

Cosa accomuna la pulzella d’Orléans a Dio e al mestiere dell’attore? Apparentemente distanti, le tre cose, in realtà, sono più vicine di quanto si pensi, sembra dirci Silvia Frasson. Nella cornice del Teatro Studio Uno – squisitamente off – l’attrice toscana torna in scena con Santa Giovanna dell’immaginazione, monologo scritto, diretto e interpretato da lei stessa, incentrato sulla figura di Giovanna D’Arco.

Un teatro di narrazione, quello di Frasson, che non ha bisogno di orpelli e che riporta l’attore al centro della scena; ad accompagnare il racconto dell’artista c’è solo la fisarmonica di Stefania Nanni, la cui musica – eseguita dal vivo – infonde respiro e movimento ai personaggi evocati sulle assi del palco, conferendo al racconto un ritmo serrato e avvincente.

Istrionica, coinvolgente e magnetica, Silvia Frasson si lascia “incarnare” dalle varie voci del racconto, assumendone i diversi punti di vista attraverso l’oscillazione di una lingua che si fa vernacolare, colloquiale, poetica.

Ed ecco allora che la storia di “Silvia” si alterna a quella di “Giovanna“: una voce privata che si mescola a quella collettiva della santa martire francese, ricamando così nell’epopea nazionalpopolare spaccati di vita quotidiana che arricchiscono la storia di freschezza e originalità.

Qual è la forza che spinge Giovanna a lasciare tutto e a dedicarsi, anima e corpo, alla causa nazionale? E la vocazione, da dove nasce? E cos’è Dio per lei, ma soprattutto cosa rappresenta Dio per noi? Questi i nodi centrali dello spettacolo. La chiamata divina di Giovanna si proietta, qui, modernamente, nell’aspirazione artistica dell’attore, e Dio allora viene a simboleggiare tutto ciò in cui crediamo e che invece, poi, finisce per deluderci; ma, al tempo stesso, anche quella passione che continuiamo a inseguire nonostante l’amarezza del dolore.

C’è un momento dello spettacolo in cui tale aspetto diventa evidente. Giovanna è rinchiusa in prigione, sola, abbandonata a sé stessa, e non sente più “le visite” di Dio; ma ecco che allora, proprio nel momento dello sconforto, capisce che la sua forza non proviene dall’esterno ma proprio dal quel cuore che vede palpitare sul rogo anche quando ormai la vita l’ha lasciata. Dio, pertanto, diventa quella forza necessaria e irresistibile che ci spinge verso ciò che amiamo, una forza che possiamo trovare, insomma, solamente dentro noi stessi.

La regista, dunque, instilla dubbi, interrogativi e riflessioni che il pubblico porta con sé assieme al ricordo di uno spettacolo che, dopo dieci anni di tournée, si rivela ancora attuale e carico della stessa urgenza originaria.
Sostituite Dio con qualsiasi cosa in cui credete – ci suggerisce l’attrice – e ognuno trarrà le sue conclusioni da questa storia.

Teatro Studio Uno, Roma – 30 novembre 2014