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Revenant – Redivivo – Alejandro Gonzàles Iñárritu

Non troppe ore fa John Travolta pubblicava sul suo profilo Facebook, per poi rimuoverlo, un semplice ma sentito ricordo del figlio scomparso 7 anni fa. In quel post, l'attore americano sottolineava il trauma profondo, la ferita mai riducibile di un tale dolore. Un padre che perde un figlio.

È da questo piccolo spunto che parte Revenant – Redivivo, il nuovo film di Alejandro Gonzàles Iñárritu, la storia di un padre appunto che perde il figlio e combatte contro la morte pur di vendicare la memoria del suo ragazzo. La trama, esile, semplice e per questo facilmente accessibile, termina qua. L’uomo è Hugh Glass, Leonardo Di Caprio, un cacciatore del 19esimo secolo che si ritrova in mezzo alle battaglie dei conquistatori americani, francesi e dei nativi. Una spedizione, tra le tante, che gli costerà carissima. Durante una delle sue esplorazioni non è un uomo a ferirlo quasi mortalmente, ma un orso grizzly – in una sequenza letteralmente mozzafiato dal realismo grafico fuori da qualunque standard. Abbandonato da alcuni suoi compagni, Glass deve sopravvivere in un ambiente incontaminato, una natura crudele e generosa al tempo stesso, fatta di paesaggi sconfinati e il tutto solo per dare la caccia all'assassino di suo figlio.

La trama apparentemente fragile di Revenant cozza con la messa in scena guidata dal regista messicano: Iñárritu, abbandonati gli interni teatrali e labirintici di Birdman, decide di fare un film tutto all'aperto, nelle terre selvagge del Nordamerica, in luoghi decisamente fuori dalla portata degli uomini, dove il paesaggio sommerge qualunque, piccolo, antagonismo umano. Una battaglia continua tra l'immortalità e la fierezza della natura e i desideri di ricchezza e sfruttamento dell'uomo. Le immagini proposte da Iñárritu trovano l'ennesima prova eccellente di quello che a ragione si può considerare attualmente il miglior direttore della fotografia del mondo: Emmanuel Lubezki, giustamente candidato all'Oscar per la terza volta consecutiva, che utilizza i colori a suo piacimento creando delle tele dallo straordinario impatto emotivo.

Del suo film precedente, Iñárritu non può neanche portare la forma –- quel finto, ma credibile, unico piano sequenza –- che però cerca di sfruttare più volte possibile, probabilmente in accordo con gli scenari in cui ha scelto di ambientare la vicenda. Un terreno impervio, delle condizioni climatiche per niente facili, eppure il regista non ha voluto rinunciare al fascino del piano sequenza prolungato, coreografato e ragionato fin nei minimi dettagli. Se taglio di montaggio ci deve essere, non è mai scontato, non è mai banale. I piani di visione più ravvicinati toccano al protagonista indiscusso e indiscutibile Di Caprio, dei primi e primissimi piani talmente in sintonia con il personaggio da rubare il respiro affannato dell'attore e appannarsi.

Di Caprio, si diceva, in un cast che pure comprende un eccellente Tom Hardy e il sempre più onnipresente Domhnall Gleeson, quest’ultimo lanciatissimo nel panorama hollywoodiano nonostante il volto pulito e giovane che ricorda, guarda caso,– proprio Leonardo Di Caprio. Quest'ultimo è il protagonista pur avendo meno battute di tutti: un paradosso giocato sulla sua continua presenza davanti alla macchina da presa. L'attore si è messo in gioco totalmente, ancora una volta, con tutta la masochistica capacità di recitare in condizioni estreme, restando nudo a temperature proibitive, mangiando carne e pesci crudi, lasciandosi martoriare il corpo da sex symbol fino allo sfinimento. Buona parte del film l'ha recitata strisciando e mugugnando.

Il ritmo del film è lento, c'è poco da fare. Trattasi di blockbuster, ma è pur sempre di un autore che stiamo parlando. Iñárritu non rinuncia, neanche a questo giro, al suo anti-hollywoodismo, creando un finale, dal punto di vista della scrittura, che non ci si aspetta e che, in definitiva, sembra l'ennesima critica al sistema spettacolare di Hollywood, negandoci cioè il piacere finale costruito con sapienza lungo tutto il corso del film. Enigmatica, ma forse oggi neppure troppo, l'inquadratura finale: nel cinema contemporaneo non è certo più quell'atto eversivo che poteva essere cinquant’anni fa. È comunque di grande impatto lo sguardo in macchina di Di Caprio che chiude il film, lasciando qualche silenzioso interrogativo nello spettatore.

Infine il doppiaggio, che chi sa per quale sciagurato motivo, propone il vocione profondo e caratteristico di Pino Insegno -– per intenderci, Insegno è il doppiatore di Viggo Mortensen – sul corpo gracile, esile, seppur quello di un capitano di spedizione, ma comunque giovane del già citato Gleeson: la cosa crea dei forti sbalzi, uno scollamento a cui ci si abitua veramente a fatica.

Iñárritu riesce a confezionare un grande film da una piccola idea, dimostrando ancora una volta la sua enorme capacità registica. Non sarà forse il suo film migliore, ma almeno un paio di sequenze – la battaglia con l'orso e quella della sopravvivenza dentro un cavallo – resteranno nell'immaginario cinematografico a lungo pur senza considerare il loro valore basilarmente simbolico. Giusto per fare un paragone: non siamo poi tanto lontani da quel Gravity dell'altro grande messicano a Hollywood, Cuaròn. Una storia semplice, una messa in scena spesso metaforica ma di grande impatto.