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Quando alternativi forse lo si era davvero

Indipendente nel primo lustro del 2000 era un po’ come dire punk alla fine dei ‘70, o rock & roll nel ‘54. Ascoltare i Massimo Volume o i Radiohead in una cittadina di 20 mila anime era un gesto estremamente punk.
Io avevo 13 anni quando mi avvicinai alla musica. Lo feci in maniera religiosa, così come si va a messa alla domenica mattina. Io andavo, il mercoledì pomeriggio, a casa di mia cugina Francesca. Il patto era questo: 2 ore di ripetizioni di inglese e poi si parla di musica fino a cena. Io parlavo volentieri di musica con Francesca, ma devo dire che il mio obiettivo era un altro. Il mio obiettivo era il suo fidanzato.

Andrea, così si chiamava, era un musicista. Suonava il basso in un gruppo e faceva musica elettronica con un altro. Devo dire che con l’inglese continuavo a non azzeccarci parecchio (per fortuna riuscii quanto meno a evitare l’insufficienza quell’anno), ma le basi per una cultura musicale valida le gettai proprio quell’anno. I Tiromancino, Battiato, i Baustelle (doveva ancora uscire La Malavita). Questi furono tra i primissimi. Poi arrivarono i Daft Punk e i Chemical Brothers, qualcosa di assoluto per me. La musica elettronica. E tutto ciò, a 13 anni, mi cambiò la vita per sempre.

Andavo alla scoperta della musica come di una gemma rara. Un gruppo nuovo alla volta, un gruppo nuovo ogni mercoledì. Quando Andrea si svegliava dal suo letargo pomeridiano era una festa per me. Io ero timidissimo e non osavo tediarlo con le mie domande, ma lui dentro di sé sapeva e, se ne era in vena, mi sfornava qualche bel cd. Anche masterizzato, non aveva importanza.

Come ho detto era la fine del primo lustro di quegli ‘00 che ormai possiamo definire un po’ passati. Io non avevo ancora internet, non era ancora cosa diffusissima (o almeno, non per famiglie come la mia, umile e operaia). Andrea aveva un Machintosh. Cazzo, dico un Mac. E io, che non avevo neanche il Pc, entravo nella casa di babbo natale. Mi mostrava sequencer, controller midi, i primi programmi di sequencing digitale. Lui aveva un home studio, qualcosa di effettivamente ancora difficile da trovare a casa di appassionati in quegli anni. Quell’anno a natale i miei comprarono il pc, e mia cugina mi regalo Magic Music Maker. Il mio mondo cambiò.

Non si parla di tanti anni fa, tutt’altro. C’è da dire che però la musica (nella musica) è cambiata veramente. Non mi perderò in lunghi e inutili discorsi sul fatto che sia sbagliato o meno il mondo e il modo di fruizione musicale che viviamo. Tant’è che sono di quella generazione chiamata web generation, o 2.0, e ci sono dentro fino al collo col multitasking, il download, le menate degli “opinion leader” e tutto il resto. Simon Reynolds, forse il più grande e noto critico musicale/culturologo esistente, dice che non amiamo più nulla. Conosciamo, ascoltiamo, apprezziamo ma non amiamo. E credo che abbia maledettamente ragione.

Io, negli anni, penso poi di aver ascoltato forse più di un migliaio di gruppi. Quasi tutti per la prima volta da Youtube. E la sensazione che provavo di scoperta unica con quei cd (uno a settimana) imprestati dalla mia cugina non l’ho mai più provata.

Ora vedo i miei compagni delle medie che mi sfottevano forte e per svariati motivi venirmi a chiedere degli Alt-j. Questo suscita in me sentimenti contrastanti. Di certo quando avevamo 14 anni mentre lui scriveva i testi di Tiziano Ferro io mettevo su carta le parole di Cristiano Godano. E ai tempi, si può dirlo, alternativi lo si era davvero.