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Purgatorio – Piet Mondrian

Con Purgatorio i Piet Mondrian hanno utilizzato un’opera secolare per raccontare la modernità del mondo in cui viviamo e applicarla alla sfera personale dei singoli. Il gruppo toscano è riuscito a fare propri i concetti dell’opera del loro scrittore conterraneo Dante Alighieri e ad esprimere la visione della società in maniera realistica e ironica allo stesso tempo attraverso il racconto dei sette vizi capitali.

Ed è proprio la scrittura il pregio del gruppo che già traspariva dal loro album di debutto Misantropicana del 2010. Si formano nel 2006 dall’iniziativa di Michele Baldini e Caterina Polidori. Per il nuovo lavoro (anticipato dall’Ep Carne Carne Carne Carne) si aggiunge come guest la vocalist Eva Bianca Dal Canto. Come loro stessi dichiarano “Il nome scelto richiama all’omonimo pittore olandese del ventesimo secolo, il quale attraverso la tricromia e il minimalismo più totale, seppe aprire la strada agli sviluppi futuri della grafica e dell’astrattismo formale”. E non mi pare ci sia descrizione migliore per spiegare il loro lavoro.

Infatti, se da una parte abbiamo elogiato le capacità nelle liriche, è anche necessario sottolineare che il sonoro non viene trascurato: le parole vengono accompagnate da una base pop che attraversa vari generi: da pulsazioni elettroniche di derivazione synth ad un songwrintinh inacidito passando per la new wave sino ad un leggero ed elegante pop-rock. Vi diranno che assomigliano ai Baustelle; in effetti è vero, in particolare per l’utilizzo della doppia voce maschile e femminile. Però sono diversi dal gruppo di Francesco Bianconi in quanto più minimali e scarni nel sound, anche se eterogenei.

Si parte dalla vetta del Paradiso Terrestre, in un ordine contrario rispetto alla Divina Commedia: un synth minimale (che riporta un po’ a Black Celebration dei Depeche Mode) introduce le parole “Lungo il sentiero del mondo ad un tratto ci siamo voltati e si è visto indietro per soffermarci un po’ sulle cose della vita che è corta e va via”; una sorta di manifesto dell’intero disco.
Un po’ più corposa, musicalmente parlando la successiva Gola, la cui chitarra in loop ricorda molto Walk On the Wild Side di Lou Reed. Lussuria ha uno stampo molto più intimista e acustico (che si accentuerà in Invidia) e caratterizzato da un perfetto controcanto e da uno dei testi più belli, ironici e taglienti dell’album (Cerco ancora un altro come te che saprà venire qui… ma è uno sbaglio il paradiso perché se esiste Dio per noi non ha deciso ancora… come l’inchiostro sulla carta… ogni esperienza che ci macchia lascia traccia in noi).
E arriviamo all’Accidia, quella che risente maggiormente delle influenze elettroniche: “Restare giovani e indecisi per sempre non è una necessità ma un’opportunità da cogliere”, un riquadro del dolce far niente mirato a tutti gli attori della situazione attuale. La sorpresa arriva con Avarizia e soprattutto Superbia (echi di The Fall e Scumbag Philosopher), due pezzi prorompenti dall’attitudine new wave. Ira è l’altro gioellino dell’album e riprende molto lo stile di Matt Elliot dei Third Eye Foundation (L’ira dura poco e porta più dolore, l’ira è il sale che si getta sopra le ferite… Ora vorrei fare al mondo molto male).

Discesa tutta la montagna e attraversate tutte le cornici arriviamo all’Antipurgatorio: un altro pezzo dal piglio rock con intermezzi pianistici e che è un invito alla vita, a viverla e a “non banalizzare più”. I Piet Mondrian superano a pieni voti la seconda prova con un concept album stilisticamente eterogeneo e che ben si connette con i temi trattati.