profondo-rosso-daria-nicolodi

Profondo Rosso: quarant’anni di perfetta, malsana e lussureggiante salute

Quaranta. Sono gli anni che compie nel 2015 Profondo rosso, capolavoro di enorme successo di Dario Argento, uscito nelle sale italiane il 7 marzo 1975, data dopo la quale il thriller e l’horror si sono sentiti in obbligo di non essere più gli stessi. Ancora oggi, in quest’opera che vede il musicista inglese Mark Daly (David Hemmings) alla rischiosa ricerca di un assassino a Roma insieme alla giornalista Gianna Brizzi (Daria Nicolodi) dopo aver casualmente assistito all’uccisione della sensitiva Helga Ullman (Macha Méril), anche l’occhio cinefilo più consumato continua a individuare nuovi elementi sui quali riflettere ogni volta in maniera diversa, uno su tutti l’idea geniale di far intravedere poco dopo il primo omicidio la soluzione – l’assassino – senza però svelarla esplicitamente fino alla fine.

profondo rosso locandina

Proprio come in Blow up di Antonioni, Profondo rosso è infatti (anche) un saggio sull’inesauribile mole di ambiguità contenuta in un’immagine, sulla fallacia della memoria e l’inganno del ricordo, un’esperienza spiazzante in cui l’uomo – il protagonista Marc – può vedere per un istante la verità (il volto del folle colpevole nascosto fra mostruose facce di un quadro riflesso in uno specchio) riuscendo però ad accorgersene davvero soltanto (ripensandoci) dopo molto tempo. Altrettanto innovativo è proprio il trattamento della figura dell’omicida, della quale il regista ci mostra (parzialmente) la presenza tramite specifiche parti del suo corpo (come le mani guantate che uccidono le vittime), per poi farci entrare nella sua psiche malata grazie ad alcune sue imponenti soggettive, unite, talvolta, a elaborate riprese di inquietanti oggetti sparsi su uno sfondo scuro, visione implacabilmente perfetta del suo mondo traumatizzato.

profondo rosso david hemmings

Più in generale, Dario Argento si rivela abile “manipolatore cinematografico” anche con i numerosi e dinamici movimenti della macchina da presa, che, nella loro sinuosa libertà spesso esaltata dalle splendide musiche dei Goblin, disegnano trame vorticose dalle intenzioni labirintiche, proprio come le generose linee dei migliori esempi di architettura Art Nouveau, tanto da poter forse parlare di “regia Liberty”. Del resto, sin dal suo esordio nel 1970 con L’uccello dalle piume di cristallo il cineasta ha introdotto l’arte nel corpo del giallo e dell’orrore più puro sconvolgendone le forme e riplasmandone le leggi, una rivoluzione che raggiunge il suo apice di torbida perfezione proprio in Profondo rosso, con citazioni di Nighthawks di Hopper (interamente ricostruito per il film), dell’Art Nouveau (Villa Scotti a Torino, qui detta “Villa del bambino urlante”), Bacon ed Ensor (gli agghiaccianti quadri nella casa della sensitiva) e De Chirico (alcuni angoli quasi metafisici delle architetture delle città, una su tutte quella della Piazza C.L.N. di Torino, che Argento “spaccia” per Roma). Senza dimenticare di prendersi maniacalmente cura del décor, in cui già si intravede la sofisticata furia klimtiana e simbolista degli interni di Suspiria (un motivo in più questo per considerare “Liberty” la regia del cineasta).

profondo rosso scena torino

In questa fondamentale pellicola di transizione sul cui terreno saldamente giallo e thriller cominciano a fiorire alcuni scorci soprannaturali che esploderanno in Suspiria e Inferno, Argento conferma dunque orgoglioso e compiaciuto la sua vocazione di geniale “schiavo” dell’inquadratura, perennemente satura di una fantasia e di idee ricche di spasmodiche contraddizioni: le visioni più sontuose e raffinate (l’interno del teatro Carignano di Torino) sono seguite da interni più lividi e ostili (lo spoglio bagno dello stesso teatro); l’eleganza più ricercata viene messa a stretto contatto con visibili tracce di morte e violenza (i dettagli del sangue della sensitiva che macchia la sua raffinatissima vestaglia poco prima di essere uccisa).

profondo rosso bambola

Ossimori questi che si palesano anche a livello narrativo, in una concezione di cinema la cui complessità ha ben poco da invidiare ai maestri di quel periodo, come le sequenze soffocate nell’orrore più autentico alternate ad altre quasi da sophisticated comedy, o la profonda volontà di innovazione del genere accompagnata, però, dal desiderio di ripescare ed esaltare i protagonisti di un cinema inesorabilmente “di altri tempi”, qui incarnato dalla splendida Clara Calamai, diva del cinema dei telefoni bianchi e indimenticabile tormento di carne di Ossessione di Visconti.

A distanza di ben quattro decenni lo spettatore che decida nuovamente di fare un giro in questa profonda inquietudine della durata di due ore e sedici minuti dovrà perciò constatare il perfetto, malsano e lussureggiante stato di salute dell’instancabile scorrere di questo sangue profondamente rosso, senza il quale non sarebbero veramente esistiti molti capisaldi dell’horror internazionale.