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Posh – Lone Scherfig

Ricchi. Viziati. Arroganti. Spietati. È questo lo slogan con cui viene lanciato Posh (conosciuto anche con il titolo The Riot Club), l’ultimo film della regista danese Lone Scherfig. Adattamento cinematografico dell’omonima opera teatrale di Laura Wade, sceneggiatrice anche del film, Posh racconta la serata evento di dieci giovani e ricchi inglesi, la cena di fine semestre, durante la quale è tradizione degenerare nella distruzione della sala che ospita il banchetto per poi ripagare i danni. Perché? Non c’è una ragione precisa se non il fatto di poterlo fare, la volontà di poter dare libero sfogo al lato animalesco della propria personalità. Infine, perché si ha i soldi per poter riparare allo scempio.

Il Riot Club è uno dei famosi e, allo stesso tempo, segreti club che si formano nei prestigiosi college britannici, allo scopo di distinguersi dalla massa e realizzare scherzi goliardici e serate a base di alcol e violenza. L’età è quella giusta, l’ultima possibilità di essere liberi di divertirsi prima di essere investiti dalle responsabilità della vita e non poter più dare libero sfogo alle pulsioni più profonde. Durante la cena, però, qualcosa va storto: il limite viene facilmente passato, senza pensare alle conseguenze, che potrebbero segnare il futuro “brillante” della prossima classe dirigente.

Tra i dieci ragazzi, a spiccare come protagonisti della pellicola sono i due novizi del club, Miles e Alistar, interpretati da Max Irons e Sam Claflin, entrambi piuttosto bravi nel caratterizzare due personaggi per niente facili: il primo, Irons, è un giovane con pochi privilegi e tanti scrupoli mentre il secondo, Claflin, è il cattivo ed irriverente Alistar che cerca di farsi una reputazione nel club che sia in grado di superare quella del fratello Sebbers. Spiccano anche perché sono proprio loro due che devono dimostrare qualcosa agli altri membri e, infatti, saranno direttamente coinvolti (e perennemente opposti) negli eventi tragici a cui porterà l’elegante cena.

La regista danese Scherfig ha cercato di non gratificare troppo i suoi personaggi poiché se è vero che narrativamente questi sono irresistibilmente attraenti, sono anche molto deprecabili nei comportamenti. Mai schiacciati dalla macchina da presa della regista, gli attori non sono nemmeno mai “troppo celebrati” né da primi piani, né inquadrature dal basso. A spiccare è la netta contrapposizione tra i colori iniziali, pochi e spesso freddi, e quelli che si manifestano nella lunghissima e centrale scena della cena, dove l’esplosione di violenza è corrisposta dalla vivacità di colori e movimenti “coreografici” che vengono messi in gioco. I ragazzi ricordano i drughi di Arancia Meccanica, c’è poco da fare, ma, personalmente, li ho visti molto più vicini ai primati di 2001: Odissea nello spazio. Primati senza possibilità d’evoluzione.