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Paperstreet incontra Paolo Villaggio

Paolo Villaggio odia rivedere i propri lavori, così giunge in sala a film quasi finito. Giunge in sala per parlare al proprio pubblico, tanto che chiede alle telecamere Rai di spostarsi in modo che tutti possano vedere, invece che la schiena di un cameraman invadente, il proprio viso tondo e paonazzo che spunta da un’imponente figura coperta da un vestito simile ad una camicia da notte, una giacca chiara e un paio di Nike dorate.

Agli applausi al termine de “La belva umana” risponde che, in realtà, non sia un film poi così divertente; eppure ammette di essere contento che la retrospettiva di questa 67esima si sia occupata del genere comico, da sempre considerato “di serie B”.

“La comicità è importante, ha scopo terapeutico, è addirittura necessaria” predica Villaggio citando anche i tempi antichi, quando il teatro comico era considerato molto inferiore agli altri generi e proprio per questo era libero di esprimere i sentimenti del popolo nei confronti della classe dirigente e della società contemporanea. (Proprio per questo, forse, i potenti di allora, probabilmente più saggi di quelli di oggi, non interferivano nei contenuti: si erano probabilmente accorti di come il dissenso possa essere sfogato con le risate). Proprio qui Villaggio coglie l’occasione per esprimere il proprio disprezzo nei confronti dei “potenti” di oggi: critica Berlusconi e i suoi capelli, Bossi e suo figlio e persino Casini e il suo essere perennemente imbronciato (anche se in realtà i termini utilizzati sono altri).

Incontrando lo sguardo dei molti giovani presenti in sala esprime il proprio dissenso verso l’odierna tendenza a considerare solamente gli episodi negativi; mai come oggi, dice, sarebbe necessaria una buona dose di comicità, oggi che i giovani sono forse ancora più tristi e spaesati d quanto non fossero a suoi tempi e che avrebbero bisogno di sapere di non essere gli unici immersi in questo mare di confusione e mediocrità. Il festival del cinema stesso dovrebbe ammettere le pellicole comiche invece che dare la precedenza a una marea di temi frustranti, tristi e spesso troppo politicizzati. La causa di questa tendenza? Lui stesso e la sua generazione, un tempo attivamente impegnati (si definisce “un ex brigatista” e “a sinistra del partito comunista cinese”) la cui abitudine di trattare il rapporto tra popolo e potenti non è mai stata abbandonata, dando vita a un festival sempre più noioso e depresso.

Insomma, anche se non sarà la risposta, qualche risata può sempre essere utile per dimenticare almeno per un po’ la domanda.