Il massacro dimenticato
Da oggi, le recensioni del nuovo collaboratore Gabriele Massaro, le trovate su Paper Street, oltre che sul suo blog: http://nessunoeperfetto.blogspot.com
Buona lettura.
di Gabriele Massaro
In Se questo è un uomo, Primo Levi si scaglia con rabbiosa disperazione (La malattia vi impedisca / I vostri nati torcano il viso da voi) contro l'oblio della memoria. Il ricordo dei campi di concentramento, dello sterminio sistematico di uomini, donne e bambini inermi. Paradossalmente, a decenni da quell'immane massacro, lo stato di Israele – nato anche in conseguenza di quell'eccidio, negli anni spesso “utilizzato” per far da scudo a campagne militari, anche tuttora in corso, quantomeno biasimabili – pare ancora incapace di costruirsi una memoria storica.
Se per alcuni ciò accade per mera convenienza, per altri la rimozione di un tragico passato rappresenta un'inconscia autodifesa grazie alla quale sopravvivere. Sia pure funestati da incubi. Come quelli che tormentano le notti di Boaz, soldato all'epoca dell'invasione del Libano, che confida all'amico Ari Folman il suo sogno ricorrente: 26 cani furiosi che corrono verso casa sua, ringhiando ed abbaiando verso la sua finestra. Ventisei, lo stesso numero di animali che durante la guerra venne chiamato ad abbattere per evitare che abbaiando rivelassero ai terroristi l'arrivo delle milizie israeliane. Raccogliendo l'appello dell'amico – convinto che Folman, vista la sua attività di film-maker, possa aiutarlo a fare chiarezza nella sua mente – l'autore si accorge a sua volta di aver rimosso quell'ampia porzione di passato.
Inizia così, facendo anche appello ai ricordi di alcuni ex commilitoni, la ricostruzione di un frammentato puzzle in cui abbondano gli orrori.
Fino a quello estremo: il massacro di altri uomini, donne e bambini (questa volta però palestinesi) compiuto da falangi cristiano-maronite sotto gli occhi dei militari israeliani.
A distanza di oltre 25 anni ancora non è certo il numero di vittime del massacro di Sabra e Shatila. Per il quale, ovviamente, nessuno ha pagato.
Folman non cerca di risalire alle radici dell'odio che da decenni insanguina il Medio Oriente, non condanna e non assolve. Guarda verso il pozzo nero del suo passato e porta a galla l'orrore.
Artista a tutto tondo – nella sua carriera è stato regista di documentari e di film di finzione, sceneggiatore per il cinema e la tv, nonché compositore di colonne sonore – e sperimentatore, con questa produzione Folman si è messo completamente in gioco.
Tanto scavando così fondo nel proprio passato, quanto sviluppando l'opera nell'inedita (e contraddittoria nei termini) forma di “documentario animato”. Una scelta, dettata dalla convinzione che l'animazione rappresenti l'unico modo efficace per mostrare la surrealtà della guerra, resa ottimale grazie ad una tecnica di animazione creata presso il “Bridgit Folman Film Gang” dal direttore dell'animazione Yoni Goodman.
Il film è stato girato in un teatro di posa e successivamente disegnato e animato – in un inedita commistione di animazione tradizionale, in 3D e in flash, senza ricorso al rotoscopio – sulla base di 2300 illustrazioni. Modalità di lavoro inedita, che ha consentito agli autori di realizzare alcune sequenze, liriche e oniriche, estremamente ricche di pathos.
Coinvolgimento che purtroppo viene meno guardando alla costruzione narrativa eccessivamente lenta, episodica e frammentata, che impedisce di immergersi completamente nel racconto. Resta comunque un'opera di grande impegno e di considerevole importanza cinematografica, attestata anche dai numerosi riconoscimenti internazionali ricevuti, che però non riesce ad infrangere quell'invisibile barriera che separa un ottimo film da un capolavoro.
VOTO AL FILM: 7 / 10