staff
archivio
festival
band project
mi ricordo... sì io mi ricordo
paper street story

Woochi - Choi Dong-hoon

di Giorgio Placereani

Woochi - Choi Dong-hoon E' stato un successo di cassetta in patria l'intelligente e spiritoso fantasy coreano “Woochi”, di Choi Dong-hoon, in cui un mago dell'antichità imprigionato in un arazzo viene liberato nella Seoul moderna, assieme al suo aiutante che è un uomo-cane, per affrontare un'invasione di goblin. La caratterizzazione del protagonista presuntuoso e del suo aiutante opportunista è indubbiamente gustosa; inoltre, ponendosi il compito non facile di collegare due linee temporali affatto diverse, il film riesce ad essere piacevole tanto nella parte in costume (la visita di Woochi al re sotto l'identità truffaldina di Principe del Cielo è una divertente parodia di quel cinema storico coreano, rutilante come un musical, di cui è un bell'esempio “A Frozen Flower”) quanto nella parte contemporanea, che concretizza con uno humour convincente il consueto gioco dello sguardo straniato dei “visitatori”, e nella quale si svolge una scena di auto-moltiplicazione magica in vista di uno scontro che è la pagina migliore del film.

Uno degli aspetti notevoli del film è il suo doppio registro sul piano dei trucchi cinematografici: c'è la computer graphics, naturalmente, che poi è la passione dei coreani, ma ci sono anche le semplici trasformazioni alla Méliès: puff - e un uomo si trasforma in cavallo, come agli albori del cinema. C'è in tutto il film una consapevolezza metalinguistica; non per nulla lo scontro finale fra i maghi si svolge in un set cinematografico abbandonato.

La trama - come ci si può attendere dal regista di “Tazza: The High Rollers” - da un lato sprizza fantasia e umorismo, dall'altro è piuttosto intricata, non sempre facile da seguire. In effetti “Woochi” è un film che andrebbe visto due volte: vuoi per capire bene lo svolgimento (e questo non è un complimento) vuoi per apprezzarne l'elegante gioco di rimandi (e questo lo è).

Complice la doppia linea temporale, in “Woochi” lo svolgimento pare ritornare a spirale su se stesso: quello che è stato detto nel passato si invera nel presente, sogni e desideri di un tempo si rispecchiano nella realtà dell'altro; il ritorno del già detto crea un gioco di di rispecchiamenti all'interno del film, costruendo in filigrana una struttura metanarrativa che gli dà un'ambigua eleganza sotto l'umorismo ammiccante e il fracasso degli scontri.


Scrivi un commento

condividi su Facebook   condividi su Twitter   condividi su MySpace   condividi su Windows Live


Tag per questo articolo: giorgio placereani cinema woochi far east film festival;